Santa Maria Francesca e il “sogno” di Flora
Ci sono strade apparentemente senza senso, un “non-sense” a prima vista folle ma di cui capiamo l’affascinante mistero solo alla fine del tragitto.
Sono sempre strade percorse in apnea, alla ricerca di un appiglio, sospesi tra la vetta e la rovina del precipizio.
Nel più fortunato dei casi, sappiamo di avere qualcuno al nostro fianco pronto a raccogliere i cocci – come il cuore in mille pezzi, per dirne una – e che cercherà di riattaccarli restando fedele all’opera originaria, senza stravolgerci insomma, riconsegnandoci a noi stessi.
Ma anche quando tutti ti si stringono intorno e fanno il tifo per te, “a’ una certa” – come direbbero gli amici romani – ci vuole quella voce di “chi” ha l’autorità di metterti le mani sulle spalle, fissarti negli occhi e darti la certezza granitica che tu, quel traguardo, lo raggiungerai davvero.
Ecco, noi cattolici abbiamo i “nostri” santi.
Perché se siete minimamente familiari, saprete che ci sono quelli che ti accompagneranno tutta la vita; quelli che faranno la loro comparsa come le zie di quarto grado con i cioccolatini in mano mentre ti si avventano sulle guanciole, ma che ricorderai sempre con tanta dolcezza e per quelle leccornie che “buoni così non ne fanno più!”; quelli che proprio ti hanno ghostata e ti sei già preparata il discorsetto per quando capiterai dalle loro parti.
Alcuni neanche li riconoscerai, ma va bene lo stesso: ti verranno spiegati in futuro o magari nell’altra vita, non è davvero importante per loro la tua riconoscenza.
Ma ogni cattolico che si rispetti sa per certo che ognuno può scovare quello a cui aggrapparsi, come bambini alla gonna della mamma.
Quelli della prima fila, quando serve.
Ecco, questa è la storia di Flora.
Ma non solo di lei: è la storia di un padre, di una famiglia che voleva sbocciare, e della loro rincorsa – o meglio maratona, e si può ben dire eh! – per la genitorialità.
Il premio – neanche a dirlo – è stato vedere le due linee del traguardo ben impresse su un test di gravidanza.
Finish!
“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.”
2 Tm, 4,7
Sì perché, inutile negarlo, nelle salite anche la fede a volte resta indietro, o rischia di vacillare insieme alle gambe tremule.
Qui i tempi hanno fatto la differenza come nelle migliori maratonete:
non chi parte prima, ma chi persevera.
Mentre la rassegnazione e la rabbia iniziano a farsi strada tra mente e cuore, mentre il ritmo della corsa si affievolisce e i piedi stanchi si fanno sentire, proprio lì una coach “tutta speciale” si è fatta strada.
“Non puoi mollare!” – sembra suggerire alle sue orecchie –
“Perchè sono io che non mollerò mai una mia figlioccia!”.
Mi presento:
mi chiamo Flora, sono di Napoli e dovete sapere che questa mia storia ha inizio nel 2003, l’anno del mio matrimonio.
Come ogni giovane sposa sognavo già un figlio: la gioia più grande che mi potesse accadere!
Purtroppo, passati un paio d’anni, la cameretta restava ancora vuota.
Incominciai ad andare da medici: test, approfondimenti, tentativi farmacologici.
Tutto fu inutile: ogni proposta risultava vana.
Decisi quindi di ricorrere alle maniere forti – io sono credente – e fare i conti con i miei santi in paradiso.
Ma non conoscevo ancora lei: mi parlarono dopo l’ennesimo esame di Santa Francesca delle cinque piaghe, la protettrice delle ragazze in cerca di una gravidanza che non arriva.
Se anche voi verrete a Napoli, troverete ancora a “Vico Tre Re” la sua casetta, adornata da tantissimi “ex voto” in ringraziamento – non si fa parlare dietro, la nostra Frà –.
Mi emozionò tantissimo vederle per la prima volta: migliaia di coccarde e ringraziamenti per le grazie ricevute.
Mi affidai a lei ed iniziai a pregarla costantemente.
Ma il tempo passava, così come lo sconforto si faceva largo nel mio cuore.
Decisi di prendere la questione di petto: le parlai come si parla ad una sorella.
“Io ti prego, ti supplico e tu non mi ascolti!”.
Così abbandonai le preghiere e mi lasciai in balia della tristezza.
Abbandonai il mio desiderio e non ci pensai più.
Poi una notte, un sogno inaspettato cambiò ogni cosa.
È strano parlarne come di un sogno, perché non è così che mi sentii.
Quello che so è che ero pienamente cosciente del momento:
lo stavo vivendo realmente.
Mi trovavo nella chiesetta sottostante la casa di Santa Maria Francesca, insieme a migliaia di donne e ragazze, giovani e più mature, che aspettavano la fine della Santa Messa per poter salire nella casa della Santa e chiedere la grazia -devozione che si interrompe durante le celebrazioni, come di consueto-.
Circondata da tutte loro -non proprio in “pole position”-, stavo alla fine di questa schiera innumerevole, quando ad un tratto una suora che si trovava vicino alle scala che introducevano alla casa della Santa si mise a chiamare il mio nome.
Ricordo ancora la voce: “Flora? Flora? Chi è “Flora” di voi?”
Io timidamente risposi: “Sono io!”
E lei mi incoraggiò: “Vieni! Puoi salire, Santa Maria Francesca ti sta aspettando!”
Così si aprì un varco e tutte le ragazze che erano davanti a me si schiacciarono l’un l’altra per farmi passare.
Seguì la suora mentre mi conduceva dentro casa di Francesca.
Appena salita mi ritrovai in un lunghissimo corridoio, pieno di luce: da lontano Santa Maria Francesca mi venne incontro.
L’aspetto era quello di una suora francescana minuta e piccolina.
Appena mi vide fu molto felice e parlo così, poggiandosi al mio braccio, col tipico dialetto napoletano:
“Flora, t’aggia chiere un favore!”
–Flora, devo chiederti un favore! –
Io stupita e al tempo stesso meravigliata risposi:
“Io vi sto chiedendo la grazia e voi avete da chiedermi un favore?
Come posso dirvi di no!”
Lei riprese:
“Vide chelle guaglion’? Famme penzà primm’ a coccorùn, e allor’ chell’ ca tu vuò! T’ ‘o ddòngo!”
– Vedi tutte quelle ragazze che stanno laggiù? Fammi pensare prima a qualcuna di loro e poi tutto quello che tu vuoi!
Te lo darò! –
Io continuavo a fissarla, un po’ spaventata da quella attesa che mi stava domandando: del resto, mi stava chiedendo il permesso.
Le dissi guardinga:
“Come posso dirvi di no..” – e continuai di sottecchi – “E se poi vi dimenticate di me?”.
Ma lei scuotendomi il braccio con veemenza e sorridendo dolcemente mi disse:
“Ehhh, me scord’ ‘e te?! Tu nun te preoccupà. Famm’ sulament’ stu favore!”
– Ehhh, mi scordo di te?! Tu non preoccuparti. Fammi solamente questo favore! –
Quando mi svegliai la sensazione non era di un risveglio: non mi sembrava affatto di aver sognato.
In cuor mio sapevo di aver vissuto concretamente quel momento: avevo ancora la sensazione di averla appoggiata al mio braccio.
Passò un anno.
Era il 10 febbraio quando mi recai ad una celebrazione: fu in quell’occasione che il sacerdote, con mia sorpresa, si fermò proprio davanti a me con l’ostensorio mentre stava portando il Santissimo.
Fu solo a Marzo che ricevetti la notizia di aspettare un bambino:
ero un misto di gioia piena ed incredulità!
Ringrazio ancora oggi Santa Maria Francesca per quel dono.
La gravidanza è stata bellissima e abbiamo potuto abbracciare la nostra bambina di 3,3Kg forte e in salute.
Mia figlia nacque il 6 alle ore 10:00 in punto: quella data – o meglio il giorno – per me porta la firma di Santa Francesca, che festeggiamo proprio il 6/10.
Nel mio cuore fu la conferma della sua intercessione.
Cosa posso dirvi ora?
Io ho imparato sulla mia pelle la necessità di continuare a sperare, la gioia di credere e la potenza che può scaturire dalla vostra fede:
dove non sono arrivati i medici, per me, è arrivato Dio!




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