Aquerò
Aquerò.
Quella cosa.
Anche io potrei chiamarla cosi, Maria, perché proprio standole davanti, qui, a Massabielle, sento davvero di conoscerla pochissimo.
Aquerò, la chiamava Bernadette quando ancora poteva forse solo intuire chi fosse quella presenza luminosa nella cavità della roccia.
Anche io non sono sicura di aver ben compreso Maria.
Di avercela davanti a tanti bivi che sono lame per il mio ego e la mia umana mania di controllare tutto.
Non sono sicura di aver ben capito quel sì.
Ma d’altra parte, penso che anche mia figlia non comprenda nemmeno la metà delle cose che faccio o di quelle che tento maldestramente di spiegarle.
Però mi guarda.
Come io, ora, guardo lei: aquerò.
E anche se spesso la sento lontana anni luce dal mio mondo, dal mio modo di fare, di vestire, di rapportarmi con Dio, non sono qui per chiederle spiegazioni:
sulla mia vita che non è andata come volevo,
sul lavoro che non è quello giusto,
sulla sofferenza di M., il divorzio di A., l’aborto di F., la stanchezza di P. e su tutti i piccoli e grandi drammi miei e di chi mi sta intorno che ho portato fin davanti a questa grotta.
Mi accorgo ora che non sono qui per chiedere.
Chiedere risposte.
Chiedere miracoli.
Sono a Massabielle come Bernadette.
Per lasciare.
Per lasciare la mia povertà, la mia inadeguatezza, il mio niente, i mie problemi e guardare a quella luce.
Contemplarla.
Poter solo essere figlia e per questo niente che ho da donarle, avere il privilegio di somigliarle.





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