“Odissea” aka “racconti da un matrimonio”
Ma che ne sa, Penelope, delle attese?
Di me, che spero lui si accorga che il pranzo non si prepara tutti i giorni da solo e la cena nemmeno.
Dei fiori in un giorno qualunque, che sono davvero trama per il prossimo Kolossal di Nolan da inquadrare con una imax 65mm, quando succederà.
Di quel quadro e quel faretto che gli chiedi di appendere da almeno dieci anni, ma l’unica spiegazione al fatto che siano ancora lì, appoggiati nello sgabuzzino, deve per forza essere che Poseidone o qualche divinità superiore proprio non vuole saperne che compia l’impresa.
Che ne sa, Penelope, di quei pensieri che, come Proci, assediano la tua mente stanca, quando ti senti più incompresa.
Che ne sa, della rabbia e dello sconforto?
Della stanchezza e dell’essere sul punto di mollare tutto?
Degli anni che passano e vedono sfiorire i sogni e la bellezza e chiedersi se ne sia valsa la pena?
La verità è che le domande di Penelope, ce le siamo fatte un po’ tutte.
Le sue paure, sono anche le nostre.
Forse, di essere Penelope, ne sappiamo più di quanto vorremmo ammettere.
E Ulisse, che ne sa
di cosa significhi essere l’Itaca di qualcuno?
Lui, che vive nel ricordo di quella casa e non si rende conto fin quando non tocca le rive dell’isola, che quelle mura sono, in realtà, una persona e che quella “casa” va cercata di nuovo, proprio quando gli sembrava di averla trovata.
Cercare, dietro gli occhi stanchi, ma presenti, giorno dopo giorno, di sua moglie, nel suo restare nella tempesta come nelle lente giornate di bonaccia che sembrano non finire mai e magari assomigliano a quei mercoledì qualunque dove sei solo in balia delle perenni richieste degli altri, del lavoro, della spesa da fare, di qualcosa da mettere a tavola, del nuoto da pagare, della palestra che tocca andarci quando l’unica cosa che vorresti davvero fare per prenderti cura di te stessa è sparire dall’orizzonte di qualunque nave potesse raggiungerti, anche fosse quella di Ulisse.
Il viaggio di Penelope è lo stesso di suo marito: tanto pericoloso e silenzioso quanto rischioso e incerto l’altro.
Loro, però, vedono Itaca.
Non hanno mai smesso di vederla.
Sono isola e quindi restano, che è quello che le isole sanno fare meglio: restano in quel punto così sperduto del mare in cui hanno però la certezza di poter essere ritrovati.
Con i flutti che lambiscono le spiagge impetuosi o nella canicola di una giornata senza impeto, che ti fa chiedere come si fa, a essere Itaca, quando nemmeno tu lo ricordi.
Questa sì, è la storia di un naufragio.
Una storia che abbiamo vissuto e che magari, tra tante piccole tempeste, viviamo quotidianamente.
Questa è la storia di un matrimonio qualunque e di come si fa, a essere Penelope e Ulisse, gli uni per gli altri.
Di quanto poco sappiamo delle attese dell’una e delle battaglie per tornare da noi dell’altro.
Che ogni matrimonio ha i suoi Ciclopi, le sue Calipso tentatrici, le sirene che ti sussurrano irresistibili, certe sere, che sarebbe meglio la morte della relazione, a un viaggio faticoso e disperato, ma soprattutto, ogni relazione ha le sue attese lunghe, silenziose, fedeli, quand’anche piene di dubbi e frustrazione.
Ma tu vedi Itaca.
La vedi, in chi ti sta accanto.
Tu continui a essere Itaca per qualcuno e questo è il naufragio e l’epopea di ogni matrimonio che poi, non è che la storia di ogni, singolo, quotidiano, sofferto, incomprensibile, complicato, meritato, bellissimo ritorno a casa dopo ogni quotidiano viaggio in cui le parole “aspettami” e “trovami” ci risospingono avanti e indietro, come onde dell’Egeo.





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