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IACULUM QUARESIMA #24 freccia “Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l’anima mia”

“Spirare” se lo cercate in un vocabolario qualunque avrà come primi risultati il significato di respirare, soffiare vita o emanare e solo all’ultimo posto quello di esalare l’ultimo respiro.

Ci concentriamo sempre sull’ultimo momento e sull’ultimo istante, su dove saremo, su ciò che diremo, con chi saremo, su come soffriremo, su ciò che abbandoneremo, su chi lasceremo, ma il compito principale di sorella morte è quello di riportarci al presente, nonostante il suo incontro riguardi il futuro.

Perché se c’è una cosa che il male sa fare molto bene è ossessionarci di paure.

E mentre satana ci sguazza e prova – spesso riuscendoci – a farci disperare, anche il “retto” pensare può sfruttare questa angoscia ancestrale: la paura di morire può diventare monito per vivere con gratitudine e pienezza, portando ad esistenze gloriose.

Ma noi, da cristiani, possiamo trarci qualcosa di ancora più profondo e vero.

Perché proprio a noi Gesù ha affidata la “chiave” di lettura.

Non perché la morte non ci tocchi o non ci faccia più paura, ma perché riusciamo a guardare quella voragine ed oltrepassarla, senza più subirla passivamente.

La morte è attiva, per noi:
è passaggio, non meta;
è porta, non baratro;
è il verbo “attraversare”, non la parola “fine” prima dei noiosi titoli di coda.

Spirare in pace non parla al futuro, parla al respiro presente:
è l’augurio che ogni aspirazione sia per il Regno,
che ogni affanno abbia la destinazione del Cielo
che ogni sbuffo trovi il significato della Salvezza,
che ogni inspirare sia infondere di bene il mondo,
che ogni prendere fiato sia canto di lode all’Eterno.

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