Qu est-ce que tu dis

Quando dico al marito “per favore, dividi i bianchi dai colorati” e invece trovo il mio maglione bianco, di un bel rosa acceso, oppure quando chiedo con sguardo sfidante se mi ama come il primo giorno (da cui ne sono passati circa 7400) o quando dico che va tutto bene, dopo una giornata pessima, quelle volte, mi chiedo se, come Valentino Garavani e il suo ex, nonché socio, Giancarlo Giammetti, davvero non stia parlando francese.
O forse Swahili.
La notizia di gossip più insulsa che sta girando dalla morte dello stilista, al netto del nostro parere sulla relazione omosessuale (che se ci seguite, dovreste conoscere), è stata lo spunto per dire tra me e me: potremo anche noi (io e mio marito) scegliere una lingua che non sia la nostra e risolvere tutto con un “che caspita ha detto?!”.
Mi ha fatto sorridere quello che potrebbe sembrare un capriccio snob, una di quelle scelte bizzarre che restano a colorare le biografie dei grandi.
Eppure, il fatto che avessero eletto una lingua diversa per ricordare all’altro di scendere la spazzatura, per dirgli ti amo, per mandarlo a quel paese (cosa che continuo a credere facessero in italiano, ché quando perdi le staffe, sfido a mantenere la r moscia), mi ha fatto pensare a quante volte, il linguaggio dell’amore sia davvero una lingua che non ci appartiene.

Che non è la nostra.

O meglio, che non è “solo” nostra.

“Non ti capisco più” è forse l’epilogo più gettonato.
Allora la lingua, è davvero una scelta convenzionale, più che qualcosa di naturale e innato.
Qualcosa che devi addirittura apprendere, analizzando discussioni e incomprensioni con chi amiamo.
Mi viene da dire: altro che laurea triennale in culture straniere!
Che certe volte, pur parlando italiano, senza quello sforzo di traduzione del cuore, tuo marito sembra ti stia rispondendo in Ongota.
O che tu stia dando spiegazioni in Tanema.
La cosa che davvero fa evolvere il linguaggio dell’amore è proprio costruirla, questa lingua da parlare in due, con un grande lavoro di traduzione, di incomprensioni che riscrivono il vocabolario comune e poi, se certe volte proprio non ci capiamo, anche ammettere che vabbe’, forse possiamo sempre provare col francese!

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