QUARESIMA NELL’ARENA DEGLI HUNGER GAMES #33 FIORI

Voglio fare qualcosa, proprio qui, proprio adesso, per farli vergognare, per renderli responsabili, per mostrare a quelli di Capitol City che qualunque cosa facciano o ci costringano a fare, c’è una parte di ciascun tributo che non riusciranno a possedere. Che Rue era qualcosa di più di una pedina nelle loro mani. E anch’io. Nel bosco, a pochi passi, c’è un folto di erbe selvatiche. Forse sono solo erbacce, ma hanno fiori dalle belle sfumature di violetto, giallo e bianco. Ne raccolgo una bracciata e ritorno accanto a Rue. Lentamente, sistemandoli uno alla volta, orno il suo corpo con i fiori. Copro la ferita orrenda. Le inghirlando il viso. Intreccio i suoi capelli di colori vivaci. Dovranno mostrarlo. Oppure, anche se decidono di puntare le telecamere altrove in questo momento, dovranno puntarle di nuovo qui, quando raccoglieranno i corpi, e tutti la vedranno e sapranno che sono stata io a farlo. Faccio un passo indietro e do un ultimo sguardo a Rue. Potrebbe anche essere addormentata in quel prato, dopotutto. “Ciao, Rue” sussurro. Premo le tre dita centrali della mano sinistra contro le labbra e le tendo verso di lei. Poi me ne vado senza voltarmi indietro.

 Hunger Games, libro I , capitolo 18

Perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

 Lettera ai Romani, 6:23

“Memento mori”

dovrebbe essere quella cosa che il cristiano ha presente ogni giorno, no, non come un’ansia costante, più come un tatuaggio impresso nell’anima, che quando vai a sbirciare lo guardi con soddisfazione ricordandoti di quanto sia bello.
Sì, è ora che noi prendiamo il coraggio di andare controcorrente, con lo sguardo di Francesco a questa magnifica sorella morte.
Il che non vuol dire togliersi la paura: anche chi si è buttato col paracadute sa che prima arriva la paura, ma dopo, che adrenalina!
Così dobbiamo abbracciare questa sorella, scomoda ai più, così bella da lasciarci senza fiato!

In fondo, se leviamo la paura

del come e del quando – di cui abbiamo effettivamente terrore, ma che ci salvano la vita ogni giorno proteggendoci dall’angoscia – cosa resta dopo?
Un panorama mozzafiato, il giorno più bello della nostra esistenza: chiusi gli occhi su questo mondo saremo finalmente tra le braccia di chi ci ama, di chi ci ha sempre amato, anche quando non lo sapevamo. Io, ad esempio, ho la lista di tutti quelli da “incontrare”.
Partirei dei parenti: come alla stazione, mi aspetto che vengano al gate tutti quelli che amo e che mi precederanno, quelli che già mi mancano anche solo a pensarci.
Poi la famiglia delle foto in bianco e nero: dai nonni mai conosciuti, dalle zie che mi hanno cullata i primi giorni di vita, andandosene qualche mese dopo, a queste meteore di amore che hanno illuminato il mio cielo prima ancora che io potessi dare alla memoria un volto da ricordare e un nome da pregare.
Dopo aver sistemato la famiglia ho una sfilza di santi da abbracciare, magari anche qualcuno a cui “tirare le orecchie”, quelli che mi hanno fatto “sudare” un pò troppo.
Poi gli artisti, i miei autori preferiti, quelli a cui devo la luce nei momenti bui, che hanno spalancato le tende del cuore con l’arte e mi hanno insegnato che solo al buio posso vedere le stelle.

Insomma, la verità è che sto preparando la mia anima,

giorno dopo giorno, a non farsi prendere dall’angoscia: troppi film mi hanno fatto vedere come si “muore male”, troppi mi hanno spaventata e turbata.
Così, notte dopo notte, mi trasformo in regista, rigiro la mia pellicola e mi guardo un film diverso, uno che non inizia con la morte, ma con l’istante dopo: dove rimango tra le braccia del mio Gesù per un tempo indefinito, dove mi prendo le coccole di Maria mentre mi accompagna da Dio.

Questa è la morte che attendiamo,

non certo il nulla, lo strazio e la tristezza, ma gioia piena, immensa, come quando da bambini scartavamo i regali di Natale, o quando da grandi ci facciamo il regalo della vita o abbracciamo un figlio per la prima volta: quella gioia immensa che profuma di paradiso, che ci spalanca un sorriso a 32 denti che non se ne va per qualche ora, quella che ti mette talmente tanta adrenalina dentro che non riesci a chiudere occhio a fine giornata, tanto è stata bella.

Questa è la morte cristiana.

E se davvero me la immagino così, non posso non volerla celebrare come si deve, come hanno fatto altri prima di me.

Come Chiara Corbella Petrillo che ha chiesto venissero donate al suo funerale piantine bianche: la vita che continua.

O come Chiara Luce Badano che il suo matrimonio lo ha celebrato durante il suo funerale: scelse lei l’abito bianco, i fiori, i canti, tutto ciò che desiderava per rendere unico quel giorno.

Oppure quello di Stefano, con una malattia lunga e faticosa, che ha scritto il suo manifesto: “Cara mamma Vanda, Emanuela, la mia adorata Francesca, amici e parenti: sono il vostro Stefano Vittorini. Vi annuncio la mia nuova nascita. Sabato alle 11 in chiesa vorrei incontrarvi tutti”.

Ed anche Manuel Foderà, il bimbo che parlava con Gesù e che salì in cielo a 9 anni: alla mamma aveva disposto ogni dettaglio dalla tunica della Prima Comunione alla Bibbia al posto del cuscino dietro la sua testa, aperta al passo di Geremia:

“Guariscimi, Signore, e io sarò guarito; salvami e io sarò salvato, poiché tu sei il mio vanto”

Geremia 17,14

chiedendo di non piangere ma di unirsi alla sua gioia, rispecchiando qui in terra la grande festa che lui avrebbe vissuto nei Cieli.

Insomma, una morte così che unisca la festa in paradiso alla consolazione nei cuori di chi amo.

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