Luce nel tunnel – Storie di mamme

cose di lassùDue anni fa ero seduta col mio fidanzato in mezzo ad altre coppie in una sala del Duomo della mia città. Il corso prematrimoniale. Era la sera della testimonianza. Chissà chi verrà, chissà cosa ci racconterà. Siete arrivati voi, due giovani ragazzi, simpatici e di bell’aspetto. Mah, pensai, ci diranno quant’è bello il matrimonio e bla bla bla. E invece iniziate a parlare, vi presentate e ci dite che avete tre figli. Drizzai le orecchie, una coppia così giovane con già tre figli.

Proseguite…e sbam. Ricordo ancora le emozioni di quella serata: mi sono commossa per la vostra forza, ho avuto paura perché ho compreso che quello che era successo a voi poteva capitare a chiunque, nessuno escluso. Infine, mi sono sentita grata di conoscere l’unica strada che salva dalla disperazione, la fede, e di trovarmi lì proprio per prepararmi a ricevere un sacramento che mi avrebbe potuto salvare la vita in futuro nei momenti di crisi.

Bene, volete raccontarci la vostra storia?

La nostra storia è una storia come tante, credo. Due ragazzi che si incontrano, si conoscono, pian piano si scoprono innamorati e decidono di sposarsi.

Quello che ci ha accomunato fin da subito è stata la voglia di parlare, di aprirci l’uno all’altro, di entrare in un’intimità fatta di delicatezza e tanto rispetto.

E poi la fede, quella è stata forte fin da subito. Pregavamo insieme spesso e quindi, dopo meno di tre anni, sposarci in Chiesa per noi è stato un passo ovvio, dato per naturale. Dopo meno di due anni è nato il primo figlio e poi, dopo diciassette mesi esatti, un altro. Mio marito ha sempre lavorato molto,un lavoro in proprio da libero professionista di notevole responsabilità. Io, trasferita da un’altra città, mi ero licenziata da un’azienda dove non mi trovavo bene e dopo una piccola parentesi in banca, quando il primo bimbo aveva due mesi mi sono iscritta all’università per prendere la seconda laurea e coronare uno dei miei sogni…diventare insegnante. Quando è arrivato il secondo figlio mi sono spaventata seriamente: da sola la maggior parte del giorno, con due bimbi così piccoli e una laurea da prendere entro breve, pena non poter prendere l’abilitazione all’insegnamento!

Tanta roba! Il primo banco di prova del nostro matrimonio è stato decidere di passare 7 mesi a casa dei miei, vicina alla mia università, per potermi permettere di continuare a studiare ed essere aiutata da mia mamma con i cuccioli. Lì è stata dura. Ci siamo visti pochissimo, non avevamo la nostra intimità, i nostri ritmi, eravamo stremati dalla fatica di tutti i nostri impegni. Eppure qualcosa di più grande di me e di lui ci ha spinti ad andare avanti…ci siamo parlati tanto, abbiamo pregato e abbiamo deciso di ritornare a casa nostra e provare ad affrontare tutto quanto da soli.

Ce l’abbiamo fatta, i piccoli sono cresciuti, io ho preso l’abilitazione, sono entrata nella fatidica graduatoria ad esaurimento e ho iniziato subito a lavorare come maestra di scuola primaria con supplenze lunghe l’intero anno scolastico. Mio marito invece sempre super impegnato e spesso fuori casa per intere

giornate, a volte settimane. Vedeva i figli molto poco e di questo se ne rammaricava, ma il tempo è passato e siamo arrivati al 2010, anno in cui il primo bimbo ha compiuto 6 anni e io ho dovuto accettare una supplenza complicata, non vicinissima a casa. Non so se siano state le contingenze, o la stanchezza, o come più tardi mi ha detto la psicologa che mi ha aiutata, averlo avuto scritto nel DNA…fatto sta che sono crollata. Per stare sul pezzo ho cominciato a dimagrire molto,saltavo i pasti, andavo sempre di corsa. Con il deperimento fisico, ho iniziato anche ad andare giù di umore, fino a che ho cominciato a subire una vera e

propria crisi esistenziale. E quando inizi a mettere tutto in discussione…la prima cosa che va in discussione è il rapporto che hai con il tuo partner….è stato bruttissimo…perché non avevo voglia nemmeno di litigare, ma gli rinfacciavo cose che non avevo mai tirato fuori prima e lui non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Ha capito solo che stavo molto male e che non lo riconoscevo più. Mi ha pregata di farmi aiutare, ma in un primo momento non gli ho dato retta…pensavo che sarebbe stato solo un periodo, ma sentivo sempre più forte il desiderio di stargli lontano. Proprio lui che era sempre stata la persona che più mi aveva capita.

Era come se avessi alzato un muro e dall’altra parte mi stessi facendo in mille pezzi da sola. Questo è stato il nostro terzo momento di prova, quello più forte.

Mi sono dimenticata di dire che poco dopo essere tornati a casa dal soggiorno dai miei genitori, l’azienda di mio marito è stata alluvionata e lui ha rischiato di chiuderla per sempre. Ma tornando alla mia crisi, durante l’estate del 2011 ci trasferiamo nella casa al mare come tutti gli anni, sperando che un po’ di mare e di sole con i miei bambini mi avrebbe ridato un minimo di energia. Quante volte mio marito ha provato ad avvicinarsi a me, a parlarmi…ma il dialogo era finito e sembravamo sull’orlo della separazione. Lui continuava a ripetermi che se ne sarebbe andato solo se glielo avessi chiesto espressamente.

Non mi avrebbe mai abbandonata in quello stato.

Ora che è passato tanto tempo e siamo persone diverse, una coppia diversa, ripenso a lui in quel momento e vorrei abbracciarlo forte, la me stessa di adesso vorrebbe abbracciarlo forte e dirgli che stava facendo la cosa giusta, anche se si sentiva morire dentro.

Io non l’ho mai mandato via e una sera, sul balcone della mia casa al mare, al quarto piano, mi è venuta voglia di farla finita…un attimo e via, tutta la mia sofferenza andata…finalmente la pace. Poi ho guardato di fronte a me, la basilica di Loreto e l’attimo è stato diverso.

Ho girato la testa e ho visto mio marito apparire sul balcone dalla finestra. Erano mesi che non pregavamo insieme e in quell’attimo, con le lacrime agli occhi,gli ho chiesto di dire una preghiera a Maria con me. E’ stato l’inizio della risalita. Precedentemente avevo provato ad andare da una psicologa che aveva

peggiorato solo le cose…spingendoci ancora più distanti l’una dall’altro. Il giorno dopo aver pregato la Madonna, confido i miei problemi alla mia carissima zia,mia testimone di nozze. Lei mi dà il contatto di un’altra psicologa, che lei sapeva essere molto brava. Lì per lì non avevo voglia di andare, ma mi sono fatta forza.

Mi ricordo le sue parole alla prima seduta, quando le ho subito detto che vedevo la separazione come unica soluzione per poter smettere di soffrire e liberare mio marito da questo strazio. Lei mi disse che non sarebbe assolutamente stata l’unica alternativa, che anzi mi prometteva che sarei uscita di lì alla fine

della terapia non guarita ma felice. Io non so se l’ho creduta pazza o presuntuosa, ma mi sono fidata. Mi ha dato solo un consiglio quel giorno, di permettere a mio marito di aiutarmi, perché un altro, trattato come lo avevo trattato io, mi avrebbe mandata a quel paese. Se invece lui era rimasto era perché mi amava e

perché il Noi era più forte delle nostre debolezze di singoli individui.

Continuando la terapia, con molto dolore, ho poi scoperto che tutti i miei problemi non c’entravano nulla con il mio matrimonio, risalivano alla mia infanzia ed erano così profondi e inconsci che solo il mio essere madre li aveva fatti venire prepotentemente alla luce. Assurdo come una cosa bella come quella di diventare madre ti possa sconvolgere e porti tutti i nodi al pettine, tutti i nodi di te bambina tenuti chiusi stretti dentro di te.

Con tanta pazienza abbiamo ricucito il nostro rapporto. Tante lacrime, tante parole…ricordo ancora il primo abbraccio che ci siamo scambiati tre mesi circa dopo quella preghiera sul balcone. Lì ho capito che le nostre anime si erano riconosciute tanto tempo prima, quando ci eravamo innamorati.

Solo lui poteva starmi vicino in quel momento, solo lui mi poteva capire, solo lui poteva vedere dietro quella patina opaca e quel muro freddo che avevo eretto.

E piano piano quel muro si è sgretolato, abbiamo ricominciato a pregare insieme, siamo stati a Loreto a ringraziare…io sono guarita.

E per l’anniversario dei nostri dieci anni insieme, 10 mesi dopo l’inizio della terapia, siamo stati ad Assisi a rinnovare le promesse accanto ai nostri figli, come unici testimoni. Ah perché non vi ho detto che io e mio marito proprio ad Assisi ci siamo conosciuti e San Francesco ci ha sempre  in un certo modo guidati lungo questo percorso insieme.

Beh tutto il resto è storia, è venuto un altro bimbo, voluto da tutti e due, che ora ha quattro anni ed è una gran peste e stiamo per cambiare casa, perché qui non ci entriamo più.

La nostra è una famiglia rock, e la nostra fede è molto vivace. Ma c’è, c’è sempre e l’unico consiglio che ci sentiamo di dare a chi sta passando una crisi matrimoniale è quella di parlarsi guardandosi negli occhi anche quando non ci si riesce e cercare dietro quelli dell’altro la persona che quel giorno ci ha messo un anello al dito e si è buttata in questa avventura.

Non siete soli! Siete in tre, come quel giorno eravate in tre, voi e Lui che vi ha voluti insieme e non vi abbandonerà mai.

Quando ci siamo sposati, Dio ha benedetto la nostra unione per non lasciarci mai soli e per ricordarci che abbiamo fatto questo passo per aiutarci a camminare insieme verso la Luce, verso di Lui!

Conversione di birra! – Storie di papà

cose di lassùUna volta mi hanno detto che il Signore percorre strade inimmaginabili per venire a noi.

Egli può servirsi di passioni, di hobby, di interessi a noi cari per portare a compimento il progetto che ha per noi.

Sta a noi poi accogliere questi “indizi”, e non farsi sfuggire il treno che passa.

La mia è una storia di “riconversione” come la chiamo io, in quanto ho sempre creduto, e fin da piccolo sono cresciuto con valori Cattolici, frequentando il Catechismo e la Parrocchia.

Poi però crescendo, come di frequente, ci si allontana da quel mondo. Vuoi per ribellione a qualsiasi tipo di autorità, vuoi per mancanza di un vero e proprio percorso dopo Cresima in quasi la totalità delle Parrocchie purtroppo.

Poi diciamo la verità, crescendo in mezzo a molte realtà diverse, ci si vergogna un po’ di pregare o di credere in Dio. Man mano che si cresce lo si fa sempre più di nascosto, in cameretta, alla sera prima di andare a dormire o prima di un esame. O magari per chiedere al Signore di risolvere quel problema che tanto ci affligge.

La mia “fiammella pilota” di fede è stata sempre viva, accesa dentro di me. Ma molte sono state le deviazioni al percorso. E altrettante le volte che cadendo mi rivolgevo al Signore, in maniera abbastanza superficiale, affinché mi facesse superare quel brutto momento. Una volta passato il problema, tutto ritornava alla normalità e il Signore lo si metteva in cantina.

Per molti anni la mia fede si è basata su questo rapporto a richiesta con Dio, e sulle preghiere serali, quasi a pulirsi un po’ la coscienza.

Niente Messe, se non nelle occasioni di festa. Niente Confessioni e quindi Comunioni. La mia vita scorreva velocemente riempita da passioni momentanee e divertimenti con gli amici. Ma, silenziosamente dentro di me si stava facendo largo un vuoto. Questo buco nero stava erodendo sempre di più il mio benessere, e più si ingrandiva e più dovevo ingegnarmi per riempirlo. Ad un certo punto non ce l’ho fatta più, mi sentivo soffocare, niente mi dava più la felicità che cercavo. Stavo male, sono iniziate ansie e attacchi di panico.

Ho una sfrenata passione per la Baviera, la sua cultura, le sue tradizioni e ovviamente la sua birra.

Facendo un viaggio con degli amici, in Baviera appunto, abbiamo visitato Altötting, paese natale del Papa Emerito Benedetto XVI. In un negozio di ricordini, avevo visto un Rosario di legno, molto semplice, e avevo pensato di regalarlo ad un amico devoto e molto affezionato alla figura di Benedetto.

Finita la vacanza, quel rosario è rimasto in auto per un po’, nell’attesa di essere consegnato.

Ma poi, giorno dopo giorno presi a recitare il rosario con quella corona che avevo comprato in Germania.

Non lo diedi più al mio amico, e me lo tenni per me. Non mi chiedete perché e come abbia iniziato questa devozione, perché sinceramente non lo saprei neanche spiegare.

Non trovavo soluzione ai miei tormenti e in quel rosario probabilmente ho visto la luce, ho visto una speranza, l’ultima che mi restava.

Per più di un anno ho recitato il rosario praticamente ogni giorno, continuando però a non andare alla messa, e a fare una vita diversa da prima.

Il giorno dell’anniversario della morte di mio padre, sono andato alla messa e mi sono accadute due cose abbastanza sconcertanti ma allo stesso tempo direi miracolose.

La mia futura moglie era lì, davanti ai miei occhi. E’ come se dentro di me fossi già sicuro di quello che sarebbe successo.

Quando sei sul ciglio del burrone e qualcuno ti dà una spinta, non puoi far altro che buttarti. A me la spinta l’hanno data bella grossa. Uscito dalla messa inoltre ho sentito come un enorme calore dentro di me, come una dolce carezza che mi riempiva il cuore. Da quel giorno, non avrei potuto più fare a meno della Santa Messa. Avevo questo bisogno di stare con il Signore che prevalicava ogni altro pensiero.

Di lì a poco uscì con la mia futura moglie e iniziammo un percorso insieme che ci portò al matrimonio.

La mia storia di “riconversione” è passata attraverso la birra, sembrerà strano, se non fosse stata questa mia passione probabilmente tutto questo non sarebbe successo. Magari il Signore avrebbe trovato altre vie, o magari no. Magari mi erano già passati affianco molti treni e io li avevo puntualmente persi.

Ma soprattutto sono tornato a Dio per merito della Croce. Quante volte non capivo quando il sacerdote di turno diceva che bisogna soffrire, bisogna portare con umiltà la propria croce per stare vicini a Dio.

Gesù ha dato la sua vita per noi. A ognuno di noi è chiesto di portare la nostra piccola croce che ci fa stare con i piedi per terra. Ci dona umiltà e ci avvicina alla sue sofferenze.

Non esiste salvezza senza sofferenza.

Mi ritengo molto fortunato perché non tutti hanno la possibilità di fare queste grosse esperienze di fede che ti danno la forza di credere. Sono consapevole che ho ricevuto molto da Dio e molto quindi mi sarà chiesto.

I problemi di tutti i giorni rimangono, ma la consapevolezza di avere chi veglia su di noi mi fa stare decisamente più sereno e affrontare le difficoltà con più determinazione, senza disperare mai.

Ho accettato la mia croce. Mi ha reso una persona migliore e ha fatto di me un padre realizzato e amato.

E alla fine arrivi tu – Storie di mamme

Quando senti che il dolore è troppo forte, insopportabile, tanto da lacerarti dentro, fermati, fai silenzio.

Quando i pianti diventano interminabili e ti nascondi in camera per non farti vedere in quello stato dal marito, calmati, non sei sola.

Quando ricerchi il senso di tutto questo dolore e l’unica risposta che ti dai è “sarà un castigo divino”, respira a fondo, non sei l’unica a pensarlo.

Io ti capisco, perché ci sono passata, come te. So cosa significa sfoggiare un sorriso forzato di fronte all’amica di turno che ti dice di essere incinta. So cosa si prova a sentirsi soli, quando hai l’impressione che a nessuno importi di come stai veramente. Speri con tutta te stessa che ti venga chiesto “come stai?” per tirar fuori il macigno che hai dentro e invece ti ritrovi a sfogarti con l’estetista, perché si sa con gli estranei è più semplice mostrarsi vulnerabili.

Quando allora ti sembra di non farcela più, quando vedi tutto nero, inginocchiati, prega, invoca la grazia.

Non ti fossilizzare però sul desiderio di aver figli, il Signore sa cosa c’è nel tuo cuore.

Chiedi piuttosto la virtù della pazienza e il dono dell’umiltà così da saper attraversare quella via tortuosa che Lui ti ha posto avanti.

Non fare come me che per troppo tempo ho chiesto la grazia sbagliata.

Non ho certo smesso di pregare per il dono della maternità, d’altronde è Gesù che ci ha detto di essere insistenti come la vedova col giudice ma ho compreso che in quel momento dovevo chiedere altro e che piangersi addosso non serviva a nulla.

Mi sono stancata di star male e non mi piaceva la persona che stavo diventando: invidiosa e sempre triste, così ho reagito.

Ho capito che prima di tutto dovevo chiedere la Grazia di superare la prova e ho iniziato a credere che quella croce avesse un senso. Non sono sicura di aver capito il perché di questa sofferenza ma senza dubbio essa mi ha resa più forte, più devota e vicina a Dio. Essa ha ravvivato in me la fiamma della fede.

Mi sono fidata ed affidata a Dio e con mio marito abbiamo iniziato a pensare al percorso dell’adozione, dato che si può esser madre in tanti modi, non solo biologicamente. Ho preso contatti, scaricato i moduli per avviare le pratiche in attesa del nostro terzo anniversario di matrimonio, il 6   giugno. Invece un altro 6 è entrato improvvisamente a far parte della nostra storia: il  6 marzo, quando sono comparse le tanto desiderate due lineette.

Il tutto quando avevo finalmente accettato la croce, abbracciandola e portandola con mio marito, grazie alla preghiera. Ed eccola li, la grazia, spuntare quando meno te lo aspetti, quando avevo ricominciato a star bene. Sarà perché ti sei rilassata direte voi. Può essere, ma non ne sono convinta. Sono sicura che Dio ha permesso che passassi per quel calvario perché potessi avvicinarmi di più a Lui e per apprezzare maggiormente poi il dono che mi è stato fatto.

Non voglio che questa storia sia letta come l’ennesima di chi alla fine ha ricevuto la grazia. Non è questo il punto. Quello che voglio trasmettere è che nonostante tutto bisogna fidarsi di Dio, è pura convenienza.

Si soffre in questo mondo, le disgrazie capitano e non possiamo farci nulla.

Ma possiamo decidere come affrontarle. Da soli, nella nostra autocommiserazione, nella disperazione e nel pianto oppure con Gesù accanto. Vi assicuro che in quest’ultimo modo tutto diventa più semplice. La fede si può davvero dimostrare un’ancora di salvezza. La preghiera, un potente balsamo in grado di lenire i nostri dolori. E solo nella preghiera, possibilmente fatta assieme al marito, troveremo chi sa veramente ascoltarci, comprenderci e darci la pace: Gesù, l’unico in grado di starci vicino e sostenerci.

Noi e la napro – Intervista ad Agostino e Francesca

Siamo Agostino e Francesca e siamo sposati da circa 5 anni; esattamente un anno fa abbiamo conosciuto il Creighton Model e la Naprotecnologia.

Dopo il primo anno di matrimonio, durante il quale non avevamo avuto figli, abbiamo cominciato a fare i primi esami e accertamenti medici nella nostra città. Dai primi esami (riguardanti possibili infezioni intime, ecografie, isterosalpingografie, biopsia dell’endometrio) non era emersa alcuna patologia o rilevanza medica che potesse indicare qualche possibile disfunzione. Anche Agostino, dopo i primi esami e
un’operazione di varicocele, non presentava alcun problema particolare. I medici, pertanto, ci consigliarono di aspettare, non sapendo spiegare i motivi della nostra infertilità.
Ormai, dopo questo primo periodo di accertamenti, eravamo giunti circa al terzo anno di matrimonio.

Una nostra amica, nel mentre, ci aveva suggerito di frequentare un corso riguardante i cosiddetti “metodi naturali”, che ci avrebbero insegnato ad individuare i giorni più fertili del mese (attraverso la misurazione della temperatura basale e la determinazione della “sensazione” intima) al fine di favorire una gravidanza. Anche quest’ultimo tentativo, però, non aveva portato alcun frutto: non riuscivamo a concepire un bimbo e non ne sapevamo i motivi.
Ci rivolgevamo ancora una volta al nostro ginecologo, il quale come ultimo tentativo aveva somministrato a Francesca l’assunzione di Clomid e di progesterone. Tuttavia, questa somministrazione non si rivelava utile in quanto i giorni prescelti venivano calcolati su una “media” standard che non prende in considerazione l’ampia variabilità del ciclo tra donne diverse (cosa che capimmo solo dopo aver preso
confidenza con il metodo Creighton).
Il ginecologo – non sapendo più a quali altri esami sottoporci – ci suggeriva, così, di rivolgerci al centro di fertilità dell’Ospedale della nostra città che, però, non aveva niente di meglio che suggerirci di sottoporci gradualmente ai metodi di inseminazione artificiale. Noi, dopo averne discusso, decidevamo di non sottoporci a questo tipo di intervento (neanche a quello cosiddetto di I livello che pur la morale cattolica
ammette) perché l’approccio apparentemente “risolutivo”, ma che non voleva indagare i motivi dell’infertilità, ci sembrava approssimativo e potenzialmente dannoso.

Questo punto ci ha molto interrogati: perché gli istituti sanitari sono così orientati a proporre e raffinare queste tecniche di fecondazione e trascurano non solo l’approfondimento circa la salute dei genitori, ma anche la loro intimità e il loro legame coniugale?

Non neghiamo di aver attraversato un periodo molto triste e faticoso; soprattutto Francesca ha vissuto un periodo di frustrazione, perché sembrava non capire le ragioni della propria situazione.
La svolta è accaduta quando, parlando con un’amica, questa ci ha raccontato di una coppia che dopo molti anni di infertilità, giunta in Svizzera per lavoro, aveva conosciuto una dottoressa specializzata in Naprotecnologia, che proponeva di seguire il Creighton Model. Presi contatti con questa coppia, ci hanno spiegato di cosa si trattava e di come si erano sentiti guardati loro: non come un problema da risolvere o aggirare, ma come due persone da accompagnare e a cui offrire un percorso di cura e salute, in primis per loro e in funzione di un figlio. Ci diedero così, in giugno, i contatti della Dottoressa, con la quale avremmo avuto il primo appuntamento in settembre.
Questi 3 mesi, che inizialmente ci sembravano di inutile attesa, si sono invece rivelati fondamentali per imparare il Metodo Creighton e per compilare le prime tabelle, utilissime poi alla Dottoressa per comprendere la nostra situazione.
Abbiamo avuto una tutor per il metodo Creighton: una delle cose che ci ha colpito di più è che, fin dal primo appuntamento
(nonostante la lontananza, infatti gli incontri si tenevano in videochiamata), ci siamo sentiti molto accompagnati; la nostra situazione dolorosa, infatti, trovava finalmente una strada e un percorso serio e umano in cui incamminarsi. La tutor ci ha insegnato il metodo, facendoci comprendere che era una proposta utile non solo per capire gli eventuali problemi di fertilità di oggi, ma per ridomandarsi quale sia il senso della sessualità e dello stare insieme di un uomo e di una donna.

Il metodo lo abbiamo appreso velocemente: ogni 10 giorni la tutor controllava la tabella, segnalandoci eventuali errori e fornendoci nuove indicazioni, invitandoci sempre a continuare a studiare il piccolo manuale sul metodo, per approfondire così di mese in mese la nostra preparazione. I consigli poi, spaziavamo anche all’igiene e alle abitudini che avrebbero favorito una situazione ideale per la donna
(un esempio fra tutti: l’utilizzo della biancheria di cotone, rispetto a quella sintetica).
Giunti a settembre avevamo completato 3 cicli della tabella, che mostravano fin dall’inizio qualche irregolarità, rispetto alla quale la tutor ci confermava subito che il tutto sarebbe stato importante motivo di approfondimento per la Dottoressa. Infatti, quando ci siamo poi recati al primo appuntamento in settembre, ci siamo portati dietro tutti i risultati delle analisi già fatte in passato, ma soprattutto le nuove
importanti tabelle del metodo Creighton.
La Dottoressa ci ha accolto subito con uno sguardo onnicomprensivo, che abbiamo sentito caratterizzato da un grande interesse umano rispetto alla nostra condizione, assieme a una profonda conoscenza scientifica del tema, distinta (rispetto a quanto avevamo incontrato nella nostra città) dalla curiosità – tipica del ricercatore – che non dà per scontate le conoscenze già acquisite. In questo modo, il
primo approccio fu una vera rivelazione per noi, in quanto, per la prima volta (!), ci siamo sentiti dire che la nostra era una situazione un po’ complessa, ma che c’era tanta speranza. Siamo quindi tornati a casa con uno spirito completamente nuovo e pieno di gratitudine, benché non avessimo certezze “concrete” circa il futuro.
Durante questa “seconda fase” di approfondimento, abbiamo continuato a compilare le tabelle del metodo Creighton, sempre seguiti dalla tutor per eventuali dubbi a riguardo, e in più Francesca ha cominciato ad effettuare alcune analisi del sangue periodiche, così da tenere monitorati alcuni valori ormonali, seguendo in tal senso tutte le indicazioni del medico, al quale, di volta in volta, abbiamo continuato ad inviare i risultati. La Dottoressa ha quindi modificato alcuni dosaggi delle terapie già intraprese dopo la prima visita,
così da provare a riequilibrare quei parametri che erano risultati anomali.
Ed è proprio così, grazie a queste scrupolose attenzioni e verifiche da parte della Dottoressa – che nel frattempo aveva avuto modo di visitare direttamente Francesca due volte – che, dopo 4 anni e mezzo di matrimonio, abbiamo infine concepito un bimbo! Purtroppo, questo nostro primo piccolo è andato in Paradiso dopo poche settimane, non sappiamo per quale motivo. Il suo arrivo è stata la più grande commozione della nostra vita ed è stato un dolore indescrivibile perderlo; tuttavia, un fratellino (o una sorellina, ancora non lo sappiamo) lo ha seguito pochi mesi dopo, ed è così che, con un’emozione così grande che è difficile a descriversi, lo stiamo aspettando e presto avrà compiuto il terzo mese.
La nostra gratitudine per questo fatto che ci è accaduto non ha paragone con alcun altro sentimento che possiamo provare, nemmeno quella paura che, inevitabilmente, ogni tanto riappare.

Dopo quanto è successo in questi mesi, abbiamo constatato di volerci ancora più bene come marito e moglie, e ci sembra che questa sia l’ulteriore prova della bontà di un cammino intrapreso che, oltre ad essere scientificamente più valido di quanti avessimo visto prima, è realmente più umano e comprensivo di tutte le nostre più importanti esigenze.

come pregare in coppia

Pregare in due – intervista ai Mienmiuaif

E’ una grande gioia poter intervistare intervistare Giuseppe e Anita (in arte Mienmiuaif) su un tema a loro molto caro e di difficoltà a dir poco elevata come questo: la preghiera nella coppia. Non “io prego e tu preghi” ma “noi preghiamo”, insieme.

1.Siete riusciti a pregare insieme fin da subito o c’è stato un cammino graduale?

Care autrici di Martha, Mary & Me, grazie a voi per l’entusiasmo nell’intervistarci!
Per noi è stato da 0 a 100 e graduale allo stesso tempo: abbiamo vissuto il primo anno e mezzo di fidanzamento lontani dalla fede cattolica e assolutamente a digiuno dalla preghiera. A un centro punto, prima Giuseppe poi io, abbiamo fatto un’esperienza concreta e personale di Gesù. Da lì abbiamo entrambi avuto il desiderio di conoscerLo di più e ci siamo fidati della Chiesa Cattolica, la stessa da cui avevamo ricevuto i sacramenti da piccoli, ma che avevamo abbandonato in seguito.
Abbiamo iniziato ad andare a Messa, confessarci, pregare il Rosario, leggere libri di spiritualità, raccontandoci l’un l’altra tutto quello che stavamo scoprendo. Quindi sì ci siamo buttati, dedicando tempo ed energie a queste nuove pratiche, il che spesso sembrava esagerato alle persone intorno a noi, ma a noi pareva il minimo perché vedevamo che solo così si manteneva viva la relazione con Gesù. E poi avevamo notato che le persone veramente felici, con una luce negli occhi mai vista prima, erano tutte persone di preghiera.

2.Se doveste descrivere la vostra giornata di coppia con Dio, quali sono i momenti che la compongono?

Come preghiera condivisa cerchiamo di andare alla Messa quotidiana insieme (per lavoro/impegni non sempre riusciamo): è lì che portiamo a Dio tutto e chiediamo tutto (spesso non riusciamo ad essere precisi elencando le situazioni così abbiamo coniato il blocco “TUTTO”) è lì che ritroviamo la pace e cominciamo a sorriderci stringendoci le mani, è lì che ascoltiamo la Parola di Dio e assistiamo al più grande miracolo sulla terra. Oltre alla Messa, cerchiamo di recitare il Rosario, uno o più terzetti, a seconda della giornata. Qualche volta riusciamo a farlo insieme, altrimenti lo incastriamo nel corso della giornata, a casa, in macchina, in fila dal medico… (di questo parliamo in un capitoletto del nostro nuovo libro “Mienmiuaif Cake. Il libro che non ti insegna a cucinare”). Maria e il Rosario sono centrali nella nostra vita spirituale.

3.Avete un padre spirituale che vi segue? Lo consigliereste e perché?

Noi abbiamo una “madre” spirituale. La nostra guida infatti è una monaca (Monache del Cuore Immacolato, un ramo femminile dell’ordine benedettino a cui siamo legatissimi), che ci ha aiutato molto soprattutto nei momenti più importanti, quando c’erano da prendere decisioni difficili. Per le scelte di tutti i giorni cerchiamo di fare discernimento fra di noi, non è che per ogni cosa chiamiamo la nostra madre spirituale, bisogna imparare a prendersi anche delle responsabilità, ma per le cose importanti, anche per la nostra “missione” come Mienmiuaif, è essenziale avere qualcuno di cui ci fidiamo con cui parlare. Consigliamo assolutamente a tutti di trovare qualche persona saggia ed esperta che possa aiutare nel cammino di fede.

4.Ci sono stati dei momenti “calanti”, in cui uno dei due o entrambi avete perso un po’ lo sprint? Come li avete superati?

Ci sono spesso momenti “calanti”. Intanto bisogna ripetersi di continuo che è bene perseverare…anche se non si prega con chissà quale trasporto, la costanza fa la differenza. Ognuno sa quanto e come può pregare e decide in cuor suo i tempi che riesce a dedicare, poi è fondamentale non mollare. Durante l’anno è importante programmare dei periodi più intensi da dedicare a Dio, come pellegrinaggi e/o ritiri: sono occasioni ottime per affrontare e superare le fasi di prova e aridità.

5.Fate conto di rivolgervi ad una coppia che non riesce a ingranare nella preghiera, l’intento ci sarebbe ma…cosa consigliereste? Quali potrebbero essere i primi passi da cui partire?

Non è facile, sicuramente bisogna capire che la preghiera è l’ossigeno per un cristiano. Quindi occorre metterla al primo posto. La propria relazione con Dio deve venire prima di tutto il resto, altrimenti si rischia di agire per conto proprio, non per e con Dio. Bisogna chiedere la grazia di capire l’importanza della preghiera. Bisogna pregare Dio che ci aiuti a pregare. Magari partire con qualche momento la mattina e la sera, poi aggiungere qualche lettura spirituale che faccia capire l’importanza della preghiera. Ma se uno capisce che la preghiera è la base, poi un po’ di tempo lo trova. Non è una frase fatta, abbiamo avuto molti esempi di persone con lavori impegnativi e tanti figli, che però il modo di stare in contatto orante con Dio riescono a trovarlo.

6.Secondo voi in una coppia che comunque condivide anche la corporeità, perché invece quando si tratta di preghiera prova una sorta di imbarazzo, forse peggiore anche di quello da superare nell’intimità fisica? Cos’è che abbiamo paura di far vedere davvero all’altro?

La preghiera insieme imbarazza perché nella preghiera ci si rivela fragili, piccoli, figli, creature. Il nostro orgoglio è il primo ostacolo. In verità la preghiera è un’arma, non è nulla di melenso. “Rivestitevi dell’armatura di Dio” dice San Paolo. Se non capiamo che in questo mondo c’è una battaglia spirituale da combattere e per farlo abbiamo bisogno di Dio, come dell’aria, non riusciremo a metterci l’impegno e l’entusiasmo che servono, e allora ogni scusa sarà buona per sentirci imbarazzati o evitare di pregare insieme. La preghiera insieme è molto potente. “Dove due o più…”

naprotecnologia, cos'è e come iniziare un percorso

La PMA non è l’unica scelta: Napro, cos’è e come iniziare

Di fronte al dolore di una coppia che non riesce ad avere figli, solitamente la via privilegiata consigliata dai ginecologi è quella della procreazione medicalmente assistita. Ma esiste un’alternativa cattolica alla fecondazione in vitro che purtroppo è ancora troppo poco conosciuta in Italia: La Naprotecnologia.

Abbiamo intervistato un’insegnante del Modello Creighton per avere maggiori informazioni e fare un po’ di chiarezza.

1.In cosa consiste la Naprotecnologia e il Creighton Model System?

La Naprotecnologia è una nuova scienza sulla salute della donna nata negli Stati Uniti e approdata in Europa una decina di anni fa.

Si basa sulla valutazione degli eventi che si verificano durante il ciclo della donna, registrati su delle tabelle col metodo Creighton Model. Nelle tabelle vengono ad esempio registrati i fenomeni di sanguinamento, perdite di muco e giorni secchi così da avere dei biomarcatori sensibili che permettono di capire il normale o anormale funzionamento del corpo della donna.

Non solo il Modello Creighton è un metodo di pianificazione familiare, utilizzato per ottenere una gravidanza o anche evitarla, ma è utile anche per monitorare la propria salute ginecologica (imparando ad osservare questi biomarcatori si possono infatti capire le fasi naturali di fertilità e infertilità che si avvicendano e riconoscere il proprio stato di salute). Si possono quindi investigare casi di infertilità, aborti ripetuti, sanguinamenti anomali, cisti ovariche ricorrenti, dolori addominali, sindrome premestruale ed è uno strumento prezioso ed affidabile anche nei casi nei quali l’intento della coppia sia di evitare una gravidanza.

2.Qual è il ruolo della practitioner* e quando subentra il ginecologo?

Il ruolo della practitioner è insegnare alla coppia interessata il Modello Creighton (insegnando loro a registrare su delle tabelle standardizzate i biomarcatori della fertilità così che la donna possa imparare a distinguere le fasi fertili del proprio ciclo da quelle sterili) e accompagnarla durante tutto il percorso oltre ad essere un appoggio anche psicologico in tutti i momenti difficili.

Successivamente, dopo tre mesi della tabella compilata col Modello Creighton, subentra il medico Napro, che utilizzando le osservazioni riportate nelle tabelle, ricerca approfonditamente tutte le possibili cause che portano a una riduzione della fertilità così da correggerle avvalendosi delle più moderne e convalidate tecniche scientifiche.

3.Perché la Naprotecnologia è così poco conosciuta? Che efficacia ha rispetto alla fivet?

Purtroppo la Naprotecnologia è poco conosciuta in questo momento, però ogni giorno cerchiamo di farla conoscere di più perché è molto importante, quindi tutti devono sapere che la fivet non è l’unica scelta. Anzi, la Naprotecnologia è l’unica scelta giusta. L’efficacia della Naprotecnologia rispetto alla fivet è molto più alta. Ha un tasso di riuscita che è il doppio di quello della fecondazione assistita, per percentuali di nascite da coppie che seguono i trattamenti, e costa undici volte di meno. La differenza fra naprotecnologia e fecondazione in vitro consiste nel fatto che nella prima la questione fondamentale è la diagnosi delle cause dell’infertilità, si cerca una spiegazione medica del perché una coppia non riesce a procreare, quindi si cerca di eliminare il problema e “aggiustare” il meccanismo naturale, ridandogli la sua armonia. Nel procedimento in vitro, invece, la diagnosi delle cause non ha importanza, i medici vogliono semplicemente “aggirare l’ostacolo”, eseguendo una fecondazione artificiale. In naprotecnologia, la cura risolve il problema della coppia, che poi può avere anche altri figli. Con il metodo in vitro, i coniugi comunque non guariscono e continuano ad essere una coppia sterile, e per avere più bambini si devono sempre affidare a un laboratorio.

4.Cosa diversifica la Napro dalla fecondazione assistita?

Prima di tutto bisogna dire che l’approccio cambia completamente, perché la Naprotecnologia permette il concepimento in modo naturale, da un atto coniugale tra l’uomo e la donna. Le pratiche della naprotecnologia si conformano rigorosamente alla bioetica cattolica, è altrettanto dimostrato che il suo approccio al problema della sterilità è scientificamente e clinicamente più rigoroso di quello praticato nell’ambito della fecondazione assistita. E per questo alla fine è anche più efficace: lo dicono le statistiche*. Quando parliamo dei costi, se confrontiamo i costi di due anni di percorso naprotecnologico e quelli di sei cicli di fecondazione assistita, la seconda costa ben undici volte di più della prima. Un singolo ciclo di fecondazione in vitro costa circa 3.750 euro più 1.000 euro di medicazioni, dunque sei cicli costerebbero 28.500 euro a cui ne vanno aggiunti altri 800 per il congelamento e il mantenimento degli embrioni e 1.200 per il trasferimento, per un totale di 30.500. Invece, anche protraendo il percorso della naprotecnologia per due anni, i costi sono modesti: 300 euro per il corso di formazione nei metodi naturali, 800 per le consultazioni mediche e 1.500 per i medicamenti, per un totale di appena 2.600 euro. Probabilmente parlamenti e ministri della Sanità dei paesi europei non sono tanto sensibili sui temi bioetici, ma difficilmente potranno fingersi sordi davanti alle richieste di verificare il rapporto costi/benefici fra le due metodologie.

 

* Sul sito http://www.napro.it/ oltre a maggiori informazioni troverete anche i nomi delle insegnanti abilitate all’insegnamento del Metodo e dei ginecologi che operano tramite la Naprotecnologia.

miriano intervista

Amore, famiglia e ovviamente…femminilità (vera!): intervista a Costanza Miriano

Sai quando segui da talmente tanto tempo una persona che ti sembra di conoscerla davvero e invece non l’hai mai incontrata? O quando leggi un libro e pensi, cavolo, questa sta parlando proprio di me, ma lei non sa neanche che esisti? Peggio: quando stalkeri la persona in questione fin quando, dopo averla mancata innumerevoli volte quando arrivava vicino a casa tua a parlare a qualche convegno, riesci a beccare la serata giusta? Bene, quella serata è arrivata per noi poche settimane fa.

E Costanza Miriano (sì, proprio lei, in carne, ossa e leopardato) ha risposto ad alcune delle nostre domande!

Costanza, nei tuoi libri fai spesso riferimento al matrimonio cristiano come a qualcosa di certamente faticoso, una scelta totale e definitiva, ma al tempo stesso pienamente appagante e la sola in grado di guidarci verso la vera felicità. Nel mondo attuale questa proposta è poco popolare e viene scansata da false promesse di felicità che hanno alla base il romanticissimo “prima proviamo come va la convivenza e poi magari ci sposiamo”. Perché secondo te una coppia giovane oggi dovrebbe scegliere la strada del matrimonio, rispetto a ciò che propone il mondo?

Su un piano semplicemente umano e psicologico, che poi è sempre in qualche modo confermato o comunque almeno in parte sovrapponibile a quello della fede, cambia completamente la prospettiva: non è “vediamo se funziona”, ma “abbiamo deciso che deve funzionare per sempre quindi proviamo in tutti i modi a far sì che funzioni”. Invece, da un punto di vista molto più importante, che è quello della fede, il matrimonio è un sacramento nel quale non si è più da soli, ma si è con il Signore, il solo che può dire veramente “per sempre”, l’unico capace di questo amore totale e assoluto che noi ci promettiamo il giorno del matrimonio.
C’è una vera, completa e tangibile azione di un’altra persona che entra in gioco e che a quel punto sta al fianco dei due, perché ci si sposa in tre, ci si sposa chiedendo la grazia. Penso che nel contesto culturale in cui viviamo non ha senso sposarsi se non in chiesa, perché oggi tutte le altre forze culturali che prima coincidevano con l’idea del matrimonio borghese solido e stabile e che quindi in qualche modo premevano in
direzione dell’indissolubilità, non ci sono più; oggi tutto ti dice che le tue sensazioni e i tuoi sentimenti devono vincere su qualsiasi cosa. Mi è capitato spesso che molte amiche mi dicessero “Non provo più niente per mio marito”; a quel punto è difficile spiegare a una persona che per tutta la vita ha pensato che l’amore fosse provare qualcosa che non è quello il vero significato dell’amore. Quindi culturalmente siamo immersi in questo contesto; ciò nonostante si può comunque provare a combattere anche su un piano culturale, sempre tenendo presente che solo il piano della grazia può vincere su tutto.

Sposarsi è un passo importante, cambia la vita della coppia che arriva alla piena condivisione ma non è l’arrivo, bensì la partenza. È dire sì al progetto di Dio per noi. Fa parte di questo progetto l’accoglienza della vita. Tra le giovani coppie si sente spesso parlare di “genitorialità responsabile” intesa come la decisione di mettere al mondo solo quel numero di figli al quale si possa garantire una vita – dal punto di vista strettamente materiale – dignitosa: devono poter tutti svolgere un’attività sportiva, suonare uno strumento, devono poter avere accesso agli stessi beni dei loro coetanei per non sentirsi diversi. Costanza, secondo te in cosa dovrebbe concretizzarsi la cosiddetta “genitorialità responsabile”?

Sicuramente non nel pensare di dover necessariamente fornire tutte le possibilità ai figli, di dover soddisfare tutti i loro desideri. Oggigiorno esiste uno standard di vita considerato accettabile da proporre ai propri figli che secondo me non è quello necessario. Ho visto famiglie vivere veramente con pochissimo. Certo, bisogna poter garantire un tetto, il cibo e l’istruzione, questa è responsabilità chiaramente.

Non pensi che Dio provveda?

Assolutamente sì, penso che Dio provveda, penso che ci debba essere un tetto e da mangiare, perché quella è responsabilità, ma ho visto concretamente Dio provvedere. Nel nostro caso, quando abbiamo scoperto di aspettare le gemelle avevamo una casa minuscola e mille euro in banca, poi ci è arrivato un grosso aiuto dalla famiglia, che non era assolutamente in programma. Sicuramente Dio provvede, però anche l’Humanae Vitae invita alla responsabilità e in tutti i contesti in
cui la Chiesa si esprime parla di responsabilità. Il punto è che oggi la responsabilità è usata un po’ come una scusa, perché viene intesa come la capacità di fornire ai figli uno standard di vita molto alto. Non penso che sia un fatto di misura, ma di dire “noi ci apriamo alla vita misurando le nostre forze, le nostre capacità, e se Dio manderà un figlio in più di quello che a noi sembra ragionevole, sicuramente poi provvederà”. Per quanto riguarda la mia esperienza, io ero precaria e mio marito aveva uno stipendio normale, il Signore ha guidato la nostra vita e ha provveduto sempre, abbiamo accolto i figli che sono arrivati. Perché una famiglia possa aprirsi alla vita oggi ci si aspetta uno standard irragionevolmente elevato. Ho tante amiche che si sono laureate col quarto figlio in braccio, o anche coppie di amici dove lei lavorava e lui finiva l’università, quindi all’inizio ha lavorato lei, poi quando sono arrivati i figli lui ha trovato lavoro e lei ha lasciato il lavoro e in questo momento per esempio una di esse fa la mamma di cinque figli.
Non è necessario che ci sia la casa, il doppio stipendio, il posto fisso, anche perché purtroppo per la situazione che c’è oggi in Italia si tratterebbe di arrivarci a trentacinque anni. Al primo contratto ho avuto un figlio, e l’avrei avuto anche prima se avessi incontrato prima mio marito, quindi sicuramente non mi appartiene questo tipo di calcoli. Ho potuto vedere come nella mia vita Dio abbia provveduto sempre a tutto e ho visto molte volte case allargarsi quasi miracolosamente con l’arrivo dei figli.

Ti definisci una “traduttrice” più che una scrittrice, in quanto cerchi di tradurre le cose della Chiesa e della fede in un linguaggio che sia attuale e comprensibile a chi oggi è immerso nel mondo. Uno dei temi a te più cari è quello del “femminile”, dell’essere donna nella famiglia, nella coppia e nella società. Tuttavia il “femminile” che il mondo propone è quello della donna emancipata dalla sua vocazione di madre, la donna che sceglie la carriera a tutti i costi piuttosto che la famiglia, la donna che è come l’uomo in tutto e per tutto, la donna che non ha bisogno di nessuno, indipendente e unica padrona del suo corpo. Questa è la donna dei giornali, dei film, della televisione, ma anche della società, delle relazioni. Quale credi dovrebbe essere l’immagine della donna fedele alla sua reale essenza?

La vera essenza dell’identità femminile è la maternità, che sia biologica o spirituale, la capacità di stare vicino alla vita è proprio la caratteristica femminile per eccellenza. Quello che mi preme sottolineare non è tanto l’importanza di una battaglia culturale in questo verso, quanto il fatto che le donne sono infelici se cercano di obbedire a quel modello a cui vi riferite nella domanda. La propaganda del mondo è talmente subdola e furba che convince le donne a costringersi ad un’infelicità assoluta e
totale, dove all’inizio si è nell’illusione di essere libere, sembra di avere tutto davanti e poi invece ci si ritrova passati i quarant’anni a fare bilanci. Conosco tante donne che alla soglia dei quaranta cominciano a porsi il problema della maternità, e a quel punto iniziano i problemi. Le donne felici e serene che conosco sono donne che non hanno detto no alla maternità; i figli possono anche non arrivare, ma un conto è averli evitati e un conto è che non sono venuti, e in questo caso si può essere materne in tanti modi. L’immagine della mamma proposta dal mondo è quella di una donna annullata, infelice, frustrata, non realizzata, che puzza di minestrone. La verità è che si possono tenere insieme tante cose; come voi insegnate nel blog non necessariamente una mamma deve annullarsi, si può continuare ad essere attente alle altre relazioni, alle amicizie, alla cura dell’aspetto fisico. La realtà è che, se ti apri alla vita, poi hai molte più energie e forze per aprirti a tutto il resto, sempre con responsabilità. Io prima correvo le maratone e mi allenavo tre ore al giorno. Con l’arrivo dei figli ho dovuto fare dei cambiamenti, avrei anche potuto continuare a farlo, chiamare una tata all’occorrenza, ma non sarebbe stato ragionevole rispetto alla mia chiamata. Si può però trovare qualche momento nello sport, quasi in ogni giornata. Certo, ho rinunciato a fare un’altra maratona di New York, la farò di nuovo quando i figli saranno grandi. Certamente ci sono delle rinunce da fare, mentre il mondo ti dice che tutto è a tua disposizione; non è vero, però dico che quello che abbiamo scelto noi è più gratificante e bello di tutto il resto che è una bugia.

Nel tuo libro “Si salvi chi vuole. Manuale di imperfezione spirituale” proponi una guida pratica per fondare la propria vita spirituale su cinque pilastri (preghiera, parola di Dio, confessione, Eucaristia, digiuno). È un cammino personale, quello di cui ci parli, privato, che riguarda la persona singola, la quale se lo segue fa sì che la famiglia di cui fa parte benefici di tutti i frutti. E per condividere nella coppia il pilastro della preghiera?

Io ti devo deludere qui, perché noi non preghiamo tanto insieme. Devo dire che non conosco tante coppie che camminano insieme nella fede, ci sono e le invidio molto, li ammiro moltissimo però non è il nostro caso, nel senso che abbiamo avuto delle storie diverse nella fede e tutt’ora abbiamo un passo diverso, l’importante comunque secondo me è che ci sia la condivisione di fondo, che ci siano i sacramenti, poi se ci sono famiglie e coppie che riescono a pregare insieme è molto meglio. Penso che uomini e donne siano molto diversi anche nella fede: nel mio caso, io e mio marito abbiamo avuto delle storie, dei cammini diversi poi il Signore cuce, prende e fa. Ogni tanto abbiamo dei momenti forti, magari qualche novena fatta insieme, questo sì, soprattutto per i figli.

Costanza, facci il nome di una Santa alla quale sei legata e una donna del presente che secondo te hanno impersonificato al meglio con la propria vita un modello di donna al quale possiamo rifarci anche oggi.

Santa Teresa D’Avila, perché è stata una coraggiosa, una fondatrice, una grande mistica innamorata del Signore ma anche una donna d’azione, una che ha fondato un sacco di monasteri, che ha rinnovato l’Ordine, che ha scritto, che ha detto alle sue suore “siate virili, siate forti”, è stata una grande sia nella mistica, col suo “castello interiore”, sia nell’azione. Lei è entrata nel Carmelo a vent’anni, però dice che il vero matrimonio con lo Sposo l’ha fatto dopo i quarant’anni, dimostrando di essere molto moderna in questo, una che ha continuato la ricerca anche molti anni dopo essere entrata in monastero. Per quanto riguarda il presente invece, ho diverse amiche modello, una mamma di sette, una di tre, una senza figli ma piena di energie per tutti, una che ne ha quattro ed è primario di gastroenterologia, una mamma di due avvocato… tante donne che riescono a fare tutto con grandezza, con un amore al Signore veramente incredibile. Se devo citare una donna un po’ più nota (anche perché tra le mie amiche non posso scegliere, le vorrei tutte), a me piace tantissimo Flora Gualdani, ostetrica aretina, fondatrice dell’opera “Casa Betlemme”, un luogo dove insegna alle coppie i metodi naturali, l’Humanae Vitae, una donna che ha fatto nascere migliaia di bambini per quarant’anni, che ha scelto di non sposarsi per mettersi interamente al servizio della vita nascente, aiutando le donne che volevano abortire a non farlo, quelle che avevano abortito a chiedere perdono al Signore e quindi a perdonarsi, insegnando alle coppie la sessualità secondo la Chiesa, accogliendo a casa persone in difficoltà, mamme, ecc. Flora Gualdani ha veramente dedicato tutta la sua vita alla vita nascente, che è la grande mancante sia nella vita in generale, sia e soprattutto nella vita delle donne; ci sono davvero poche persone che incoraggiano la vita nascente, quindi direi che scelgo lei!

 

DISCLAIMER: L’IMMAGINE NON E’ DI NOSTRA PROPRIETA’ FONTE: WEB

adozione e sterilità nel matrimonio

Adozione e navicelle in orbita – intervista alla famiglia Cinti

Ci sono navicelle spaziali che non riescono ad entrare in orbita. Se ne stanno sulla terra, credendosi oggetti rotti che non servono a nessuno. Non sanno che non esistono navicelle rotte. Solo navicelle create per intraprendere un viaggio diverso dalle altre. La loro orbita, un viaggio meraviglioso che possono cominciare solo se smettono di vedere le differenze e abbracciano con fiducia la rotta che qualcuno ha disegnato apposta per la loro felicità!

Oggi parliamo con una famiglia, la famiglia Cinti, che quella rotta l’ha intrapresa anni fa e oggi orbita felice!

La storia completa la trovate nel libro “Questa navicella sta entrando in orbita”.

Nella prefazione al vostro libro “Questa navicella sta entrando in orbita” Robert Cheaib scrive che voi eravate consapevoli di non poter avere figli biologici fin da prima di sposarvi. Come avete vissuto questa consapevolezza nel progettare la vostra vita di coppia nel matrimonio? Parlavate di adozione già da fidanzati?

Sì, è vero, sapevamo di non poter avere figli già dal fidanzamento, quando le mie ovaie sono andate in prepensionamento approfittando dello scivolo previsto nella legge di Bilancio del 2002. Quel giorno Christian mi accompagnò dalla mia endocrinologa e lì per lì, quando la dottoressa ci comunicò la situazione, non comprendemmo appieno. Capivamo che si trattava di qualcosa di molto grosso per la nostra vita, ma il colpo è stato molto attutito. Il fatto è che quando sei fidanzato non cerchi di avere un bambino. E scoprire di essere andata in menopausa a 21 anni non è qualcosa che realizzi pienamente e velocemente. La devi digerire, e ringraziando Dio hai anche il tempo per farlo. Cosa diversa è se scopri di essere sterile proprio mentre stai cercando di avere un bambino. Non oso immaginare la sofferenza che ti viene addosso senza preavviso, come un treno. Ad ogni modo, il nostro fidanzamento è andato avanti al grido: “E che problema c’è?! Adotteremo un bambino!”. Eravamo molto giovani, molto innamorati, affiatati, magri e biondi. Sentivamo che il futuro ci friccicava tra le mani. Sentivamo che quella diagnosi era una roba significativa per la nostra vita, se vogliamo, anche grave. Ma eravamo troppo entusiasti per lasciarci demoralizzare. Poi, la nostra storia ha avuto una evoluzione. Un passaggio fondamentale è stato quando abbiamo incontrato i frati francescani. Lì è iniziata una fase bellissima di fioritura della fede e di rinascita personale, con le catechesi sui 10 Comandamenti. Poi siamo andati in crisi: ci accorgemmo di litigare sempre per le stesse cose, non ci trovavamo più, e questo pesava, deludeva. Tanto che a un certo punto mi decisi che era bene lasciarsi, ma Christian rilanciò e mi convinse. Così ricominciammo a stare insieme, stavolta però facendo come Dio comanda: con la castità, con la preghiera…insomma tutte queste cose folli. Pian piano la felicità rifioriva, tornava l’amicizia, quella dei vecchi tempi, e l’amore sbocciò. È lì che abbiamo avuto un’intuizione: questo lo volevamo per sempre. Il 2 giugno 2007 ci siamo sposati. Da neo-sposini ci siamo messi subito all’opera e abbiamo cominciato a provarci lo stesso ad avere un bambino. Dopo un paio d’anni l’abbiamo capita. Era vero: i figli non venivano. Chissà come, ma invece di piangerci addosso abbiamo cominciato a sospettare che dietro a questa privazione, questa contraddizione della vita, in realtà Dio stesse preparando qualcosa di più grande, di più bello. È così che abbiamo aperto il grande cantiere dell’adozione. Ma non è stato tutto facile, abbiamo avuto le nostre notti insonni, i nostri (miei) pianti inconsolabili e intonati sul canto del “Perchèèèèèè…”. Ma Dio non ci stava fregando.

Nel libro vi riferite ai vostri figli chiamandoli “dono di Dio” e il richiamo a Dio è spesso presente nelle pagine di questa storia, e si intuisce come per voi il rapporto con il Signore è il rapporto che un figlio ha con il padre. Come ha influito la fede nella vostra avventura di genitori adottivi?

Tutte le nostre scelte, quindi anche quelle sull’adozione, sono maturate nel contesto di un cammino di fede. Il passaggio cruciale è stato quando abbiamo iniziato a familiarizzare con il concetto di “Volontà di Dio”. Chissà perché, ogni volta che sentiamo questa parola, tutti ci sentiamo a disagio, abbiamo paura, manco fosse un presagio di sventura. Insomma, esiste l’insana idea che Dio voglia farti soffrire, e per questo inzuppiamo il significato di “Volontà di Dio” nel pessimismo della “cristiana rassegnazione”. Ma dove sta scritto questo nei Vangeli? Se c’è una-cosa-una che abbiamo capito da quando ci siamo messi in cammino è che Dio vuole la tua felicità, che non vuole fregarti, che dà il suo sangue per te. Poco fa parlavamo di sterilità. Bene, se non si accoglie l’idea che molto spesso Dio ti conduce alla felicità a modo suo, non tuo, non ci sarà spazio per la fecondità. Fecondo è colui che può rendere felice qualcun altro, che può decentrarsi e smetterla di frignare perché le cose non sono esattamente come le vorrebbe. Ci siamo arrivati un poco alla volta, ma alla fine – a forza di dare testate –  abbiamo capito: il suo progetto su di te forse sarà diverso, forse molto diverso, da quello che avevi in mente. A tratti sarà incomprensibile. Ma fidati: sarà sicuramente il migliore per te, e non perché tutto andrà sempre bene, ma perché sarà il tuo. Tanto che a un certo punto scoprirai che non ne volevi un altro.

Nel 2017 le adozioni internazionali hanno registrato un ulteriore e drastico calo, si parla di un -32% di bambini adottati rispetto al 2015, a cui risale l’ultimo report pubblicato dalla CAI. A questo si aggiunge una forte diminuzione delle domande di disponibilità da parte delle coppie. Quali credete possano essere i motivi di un così netto calo del ricorso all’adozione?

Ci sono tre temi: crisi economica, correttezza degli Enti, impegno da parte delle Istituzioni. Da quando siamo entrati nel complesso mondo delle adozioni internazionali – sia in qualità di genitori adottivi sia in qualità di volontari, referenti (per un Ente autorizzato) al servizio delle coppie che intendono intraprendere questo percorso – ci siamo fatti un’idea abbastanza completa. In 6 anni c’è stato un crollo del 60% delle adozioni internazionali sostanzialmente perché la gente si sta impoverendo sempre di più, la speranza nel futuro e nel nostro Paese è sempre di meno, mentre i costi per adottare sono sempre più alti e i fondi della Cai (per rimborsare parzialmente le famiglie) sono fermi al 2011. Fra l’altro, alcuni grandi Enti sono sotto inchiesta per la correttezza del loro operato. Di per sé non è sbagliato che una famiglia debba pagare un Ente Adozioni per il servizio legale, amministrativo, operativo utile a realizzare una adozione all’estero. Noi, ad esempio, abbiamo grande fiducia nel nostro ente. Ma occorre fare attenzione a quelle voci di costo che riguardano non meglio precisati costi variabili aggiuntivi, corsi obbligatori a pagamento e costi extra non quantificabili da sostenere nel Paese estero. L’unica voce di costo non preventivabile (poi fino a un certo punto) è quella che riguarda i biglietti aerei, il vitto e l’alloggio. Tutto il resto, i costi procedurali DEVONO essere sempre preventivati a monte e NON possono aumentare. Non tutti gli enti sono uguali. Le famiglie devono informarsi, confrontare le tabelle dei costi che sono pubbliche nei siti, domandare “quanto hai speso?” a chi ha già adottato. E la politica dovrebbe assumersi una responsabilità affinché le famiglie adottive vengano tutelate e considerate famiglie a tutti gli effetti. Dovrebbe chiedere un adeguamento (e abbassamento) dei costi agli Enti, e rimborsare quanto più possibile le famiglie. Dare un contributo “flat” di 10.000 € alle famiglie per ogni adozione conclusa significherebbe investire 15 milioni di euro l’anno. Credo sia più alto il budget del ristorante di Montecitorio. Inoltre, piccolo spunto di riflessione: perché se vuoi un bambino a tutti i costi, la fecondazione eterologa te la passa il Sistema Sanitario, mentre se vuoi adottare un bambino devi pagare te?

Che cosa vorreste dire ad una coppia di sposi che si trova di fronte una diagnosi di infertilità o che deve affrontare il dolore per l’attesa di un figlio che non arriva?

Non crediamo che tutte le coppie sterili siano vocate all’adozione. Noi, prima di adottare, abbiamo fatto una straordinaria esperienza di 5 anni con l’affido familiare. Ale, che oggi ha 18 anni, viene a casa nostra quando vuole, gioca con i nostri bimbi, mangia, chiacchiera, si attacca alla WiFi e se ne va quando ha finito. Alcune coppie sono forse chiamate a vivere la maternità e la paternità spirituale attraverso il servizio al Vangelo. Essere fecondi, dopotutto, significa dare la vita per il bene di qualcun altro. E l’adozione non può essere una scelta di ripiego. O ci si arriva con gioia o niente. Si rischia di far danni per molto meno. In ogni caso, però, diremmo: non scoraggiatevi, Dio ha in serbo per voi molto di più. Dio sa cose che voi ancora non sapete, non potete sapere. Quando ho sentito pronunciare per la prima volta il nome di mio figlio Miguel Angel, ancor prima di vederlo in fotografia, mi si sono chiarite molte cose. Quando l’ho preso in braccio per la prima volta ho avuto la conferma che Dio non delude. Una volta un papà adottivo ha detto: “Benedetta sterilità!”

Per finire…la vostra navicella sta progettando nuovi viaggi spaziali?

Sì!

come aprire un laboratorio di torte a casa

Come aprire un laboratorio di torte casalingo – Intervista a J di “Tortami a casa”

Vi presento Jennifer, capelli scuri, sorriso bello e pulito.

L’ho conosciuta online, su Facebook per l’appunto, che cercava di spiegare in uno dei tanti gruppi per donne a cui sono iscritta qual’è il suo lavoro e come fosse riuscita ad aprirsi a casa un laboratorio di pasticceria in piena regola. Niente di abusivo o contrario alle norme igieniche: un laboratorio professionale da cui è nata anche un’associazione (IAD Italia) che aiuta donne come lei a realizzare lo stesso sogno di far diventare una passione un lavoro vero. Certo, io che faccio una teglia di muffin che mi si smosciano appena apro il forno non ho grandi speranze, ma forse qualcuna, lì fuori, con tanta manualità e voglia di migliorarsi, magari con qualche corso, sì!

1.Prima di tutto…dicci cos’è “Tortami a casa?”

Voglio darti due risposte a questa domanda, la prima più “tecnica”: Tortami a casa è un laboratorio artigianale, in regola e certificato haccp, con la particolarità di essere a casa mia.
Ora la risposta più personale: Tortami a casa è il mio secondo figlio, ci ho messo anima e cuore in questo progetto e ci tengo più di ogni cosa al mondo.

2.Come sei diventata così brava? Hai solo le mani d’oro o c’è qualche costosissimo corso dietro?!

Molti dicono che ho le mani d’oro, io mi sono scoperta capace di fare queste cose semplicemente provando, non sapevo di poterci riuscire. Ho iniziato come autodidatta, poi ho pensato di fare e ho fatto qualche corso, più che altro per affinare la tecnica. Ci sono tanti corsi, ma penso che un minimo di talento e manualità sia indispensabile.

vendere torte fatte in casa come fare

3.Quando hai capito che questa passione/progetto poteva diventare un lavoro vero?

Inizialmente non pensavo potesse diventare un lavoro. Sono cresciuta in ambito culinario grazie al lavoro di mio papà, ma ho sempre coltivato la passione per la cucina un po’ come valvola di sfogo dopo lunghe giornate in ufficio. Facevo la graphic designer e responsabile marketing per un’azienda e per quanto mi piacesse tantissimo come lavoro, lo stare seduta sulla sedia mi stava stretto. Sono stati gli amici e mio marito a spingermi nella direzione del laboratorio, devo dire che ci hanno creduto più di me.

4.Come si può aprire un laboratorio professionale a casa? leggi, requisiti della cucina, ecc.

L’impresa alimentare domestica è possibile aprirla grazie al regolamento europeo 852/04, recepito in italia nel 2007, ad oggi però non è stata emessa una legislatura in merito, pertanto si deve fare affidamento al regolamento che per certi versi resta molto generico e, purtroppo, ASL e Comuni si trovano impreparati nella gestione delle richieste di apertura.
Per questa ragione ho aperto l’associazione IAD Italia insieme ad altre 5 colleghe con il laboratorio come il mio, sparse per tutta italia, per poter supportare l’apertura, offrendo diversi servizi convenzionati, e per raggruppare più iad possibili in modo da proporre un disegno di legge a tutela di tutte le iad nate ad oggi e per le future.

In linea di massima serve una cucina abitabile, perché il regolamento parla di normale cucina familiare. Per il discorso di cui sopra le ASL capita che facciano richieste particolari, ma nel mio caso e in molti altri non è accaduto.

5.Quanti soldi servono?

L’investimento per aprire la iad rispetto a quello di un laboratorio commerciale è esiguo, diciamo intorno ai 1500-2000 euro.
Il costo dipende anche da come è la situazione della propria cucina, nel caso in cui siano necessari “aggiustamenti” che non sono quasi mai strutturali.

6.E per farsi conoscere?

Per farsi conoscere ci vuole una sanissima dose di pazienza, perchè la nostra vetrina sono i social, oltre ovviamente al caro vecchio passaparola, ma internet è il mezzo più potente per vendersi oggi. Bisogna saperlo usare nel modo giusto per comunicare il proprio messaggio.

7.Perchè consiglieresti ad altre donne di aprire un laboratorio casalingo, quali sono gli aspetti positivi della tua avventura?

A chi come me ha dovuto abbandonare l’idea di un laboratorio “classico” consiglio questa alternativa per diversi motivi, uno su tutti il costo, decisamente molto più basso, poi il tempo; io sono mamma, come tante mie colleghe e questo tipo di laboratorio ti permette di gestire il tempo come più ti è comodo, riuscendo a gestire il lavoro e la famiglia.
Non posso dire che è tutto “rose e fiori”, è comunque molto impegnativo, ci vuole molto spirito imprenditoriale, bisogna continuare a sperimentare, aggiornarsi, e reinventarsi perché è un’attività in tutto e per tutto e come tale ha delle spese di gestione.

IAD Italia