IACULUM QUARESIMA #27 freccia “ora et labora”
Il mantra per eccellenza, il sugo della sintesi di una regola ancora oggi studiata dagli imprenditori di mezzo mondo, la vita orientata alla pienezza dell’esistenza di ogni individuo: “ora et labora”.
Perché mi è sempre suonata più come una condanna che un’eredità preziosa?
Eppure anche Benedetto mi ha promesso che quel “labora” è la chiave per arrivare alla santità, un passo alla volta.
Perché ci puoi trovare dentro un concentrato di “prendersi cura”:
dei nostri bisogni primari, di quelli della famiglia, ma anche del prossimo, se impariamo a riconoscerlo.
Ed è un mettersi a disposizione: con il nostro intelletto, la nostra forza, la nostra capacità e farne sostentamento.
Che in fondo non è nient’altro che dono restituito.
Quel “labora” è sapientemente coltivato e tramandato dai benedettini.
Coltivato perché proprio nel lavoro manuale, nella cadenza delle stagioni, nelle ore di luce ed ombra, nel rapporto con la natura loro hanno trovato la forma prediletta di lavoro monastico: l’attività agricola.
Ma non allarmatevi: siamo tutti chiamati a coltivare!
Coltivare un sano ambiente di lavoro,
far crescere la cooperazione e la stima vicendevole,
nutrire col nostro operato quell’attività avviata dall’ingegno,
alimentare la perseveranza nella fatica.
Vivere quel “labora” con gratitudine e impegno, e trasmettere questa preziosità ai figli è l’unico modo di passare anche a loro una chiave per la pienezza, custodita nella sapienza benedettina da oltre 1.500 anni.





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