QUARESIMA NELL’ARENA DEGLI HUNGER GAMES #15 TRIBUNA

“Allora, è tutto pronto per l’intervista?” chiede Cinna. Dalla sua espressione capisco che ha parlato con Haymitch. Che sa quanto io sia orribile. “Sono tremenda. […] Cinna mi prende le mani gelate nelle sue mani calde. “E se quando rispondi alle domande tu immaginassi di rivolgerti a un amico che hai a casa? Chi è il tuo migliore amico?” chiede Cinna. “Gale” rispondo subito. “Solo che non ha senso, Cinna. Non racconterei mai quelle cose su di me a Gale. Lui le sa già”. “Cosa ne dici di me? Riusciresti a pensare a me come a un amico?” chiede Cinna. Di tutte le persone che ho incontrato da quando ho lasciato casa, Cinna è di gran lunga il mio preferito. Mi è piaciuto subito e non mi ha ancora deluso. “Credo di sì, ma…”. “Io sarò sulla tribuna centrale, insieme agli altri stilisti. Potrai guardarmi. Quando ti fanno una domanda, cercami, e rispondi il più sinceramente possibile” dice Cinna.”Anche se quello che penso è orribile?” chiedo. Perché può esserlo davvero. “Soprattutto se quello che pensi è orribile” risponde Cinna. “Ci proverai?”  Annuisco. È un piano. O almeno una pagliuzza cui aggrapparsi

Hunger Games, libro I, capitolo 9

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre.

Giovanni 14: 8-9

Sembriamo tutti uguali, eppure non lo siamo mai.

Ognuno con le sue ferite ognuno con i suoi pregi e le sue capacità uniche, irripetibili. Eppure tutti siamo messi di fronte a dei “posti di blocco” dove presentare i documenti e la carta di identità.
Dei momenti dove dobbiamo scegliere chi siamo, chi vogliamo essere, da che parte stare.

E non parlo delle grandi scelte della vita, ma di singoli istanti, quegli attimi che come piccoli rintocchi scorrono e ci definiscono, come le gocce che battono costanti la roccia: quei momenti dicono di noi più di quanto potrà mai farlo una biografia, un autoritratto o un intervista dove ci mettiamo a nudo.

Siamo quei momenti, siamo quegli attimi.

E allora tutti potremmo essere l’amica pesante o quella distante, la collega invidiosa o quella molesta, il fratello impegnativo o quello che non ci capisce, il prete lagnoso o quello fissato.
Ognuno di noi ha una percezione dell’ambiente che lo circonda, ma allo stesso modo ognuno può influire sul clima che vuole respirare: non si può pensare di cambiare le teste, i modi di fare, le abitudini radicate degli altri solo attraverso un discorsetto o magari ripetendo da anni le stesse cose.

Allora cos’è il rispetto?

Quello del mondo lo conosciamo, ma quello dei cristiani?
Quello della fede ha molto a che fare con la parola carità: non un rispetto fatto solo di “vivi e lascia vivere” ma fatto anche di preoccupazione, di vicinanza, di sopportazione e anche di consigli.
E non è semplice, non è scontato: ci vuole preghiera, ci vuole equilibrio, ci vuole concretezza, compassione e discernimento.
Non è cosa da dispensare a prima vista, non è attività di tutti i giorni, non si fa col primo che capita.

Allora quando l’unica arma che abbiamo è la preghiera ed il silenzio, come cambiamo l’atmosfera attorno a noi?

Subiamo o esplodiamo?

Gesù ci consiglia un’altra strada: “guardate me e vedrete il Padre“.

Cos’è questa osmosi che ci propone?
Ora che Lui non è davanti a noi, chi ci sta chiedendo di guardare?
La risposta è semplice, esattamente chi abbiamo davanti!
E non vi mentirò, io la perdo sempre questa sfida: cercare Lui proprio nei luoghi e nei volti di chi ci fa scattare, di chi vogliamo evitare, di chi vorremmo “cancellare” dalla nostra vita, rasenta l’assurdo.
E mentre è facile vederlo nello sguardo dei bambini, negli occhi di una mamma che allatta, in quelli di un padre che accompagna la figlia all’altare, ed in altre mille occasioni, sembra impossibile trovarlo nel volto che detestiamo.

Ci chiede di più.

Ci chiede di scavare dentro di noi, di guardare le nostre bruttezze, le nostre difficoltà, le nostre mancanze, di rivederle nell’altro ed amarle perché Lui le ama, anche in noi.
Ci chiede di scavare dentro di loro, di provare a tirare fuori qualcosa di nascosto, qualcosa che va al di là di quei volti, a noi così detestabili: la ragione stessa dell’amore.
O meglio, almeno una ragione d’amore che ci possa aprire gli occhi, che ci possa donare uno sguardo simile al Suo. 

Perché è a questo che siamo chiamati “ogni volta che l’avrete fatto a loro, l’avrete fatto a me!”. 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *