QUARESIMA NELL’ARENA DEGLI HUNGER GAMES #3 PANE

Le ginocchia mi cedettero e scivolai giù, lungo il tronco dell’albero, fino alle radici. Era troppo. Stavo troppo male, ero troppo debole, troppo stanca, oh, così stanca. […] Dalla panetteria si levò un fracasso improvviso e sentii di nuovo le urla della donna e poi il rumore di un colpo. Mi chiesi distrattamente cosa stesse succedendo. Scorsi un paio di piedi venire verso di me ciabattando nel fango […] Era il ragazzo. Tra le braccia aveva due grandi pagnotte che dovevano essere cadute nel fuoco, perché avevano la crosta annerita e bruciacchiata. […] Il ragazzo non guardava mai verso di me, ma io lo osservavo. Per via del pane, per via del suo zigomo tumefatto e arrossato. Con cosa l’aveva picchiato? I miei genitori non ci picchiavano mai. Non ci pensavano nemmeno. Il ragazzo diede un’occhiata alla panetteria alle sue spalle, come per controllare che la via fosse libera, poi, riportando l’attenzione sul maiale, lanciò una pagnotta nella mia direzione. La seconda seguì a ruota,  […]  Prima che qualcuno potesse accorgersi di quel che era successo, ficcai le pagnotte sotto la camicia. […]  Fino al mattino dopo non mi venne in mente che il ragazzo poteva anche aver bruciato il pane di proposito. Poteva aver lasciato cadere le pagnotte tra le fiamme, sapendo che sarebbe stato punito, per poi portarle a me. Ma accantonai l’idea. Doveva essere stato un caso. Perché l’avrebbe fatto? Non mi conosceva nemmeno. Eppure, il solo fatto di avermi gettato il pane era stata un’azione di eccezionale bontà, un’azione che avrebbe sicuramente comportato una punizione, se fosse stata scoperta. Non riuscivo a spiegarmelo. Mangiammo qualche fetta di pane per colazione e uscimmo per andare a scuola. Era come se durante la notte fosse arrivata la primavera. L’aria era dolce, calda. Le nuvole vaporose. 

Hunger Games, libro I, capitolo 2

Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.»

Giovanni 6:35

Quante cose può essere un pane?

Quel pane che per noi cristiani diventa corpo, che per un panettiere è guadagno, per un ricco una banalità, ma per tutta l’umanità povera ed affamata è vita. E proprio qui si racchiude il senso, nascosto agli occhi dei potenti, così com’era sfuggito alla strage ordita da Erode.
Agli occhi dell’ultimi è svelato il senso: “Sono io la tua vita”.
Mentre ai grandi e ai sapienti sembra sbottare: “Lo capisci che sei povero?”. Lo senti davvero che la tua vita è insapore, è un nulla, e che invece proprio quel pane lì è il suo tutto?”.

Paradossale: l’infinito in un banale agglomerato di cellule, alla mercé di ognuno, in balia di qualsiasi omuncolo, sempre indegno perché nessuno sarà mai degno di quella santità lì, alla portata di mani insulse, sprezzanti, superficiali.

Questa cosa qui è la pazzia di Dio,

perché si sa, gli innamorati folli non li capisce mai nessuno, anzi, più si è grandi e saggi e più sembrano alieni che fanno cose surreali ed imbarazzanti, che si spogliano della dignità e fanno assurdità per amore.

E per avvicinarsi ad una cosa così, per credere a una cosa così, converrete con me che ci vuole una fede quasi incosciente, sconsiderata, audace, folle! 
E mentre per i bambini è più semplice, è più naturale vivere di un amore così, noi ci dobbiamo impegnare, ci dobbiamo provare ogni volta, a credere oltre ogni ragionevolezza.

E al di là delle intenzioni, a volte, quell’ostia lì la dissacriamo.
Perché non c’è bisogno di calpestare il corpo di Dio per mancargli di rispetto: è sufficiente fargli trovare un cuore sporco. E non parlo di errori, di dimenticanze nella confessione, di osservanze, mancate intenzioni o animo pesante. Parlo dell’essenza stessa di questo incontro: “comunione” da <<communio>> cioè  “in comune”, ma non solo perché dalla stessa radice prendono vita i termini “difendere”, “fortificare” e “rispettare”.
Tutte queste cose, racchiuse nello stesso pezzo di pane: la difesa della nostra “immagine e somiglianza di Dio“, la forza, sì, perché “i tiepidi Dio li vomita”, il bene comune da crescere e radicare nel nostro animo per farne davvero stile di vita oltre i semplici buonismi e le citazioni da calendario. Più difficile è “rispettare”, parola che trova racchiude in sé anche il significato di “volgere lo sguardo”, o meglio rivolgere l’attenzione. Questa attenzione, questa volontà di volgerci è la nostra vera piaga, ciò che veramente fa la differenza tra il volere una comunione con Lui, o prenderci la nostra comunione, che ci confermi le nostre ipocrisie, che ci stia comoda e ci metta in pace la coscienza. E noi, quando abbiamo il privilegio di custodire il Signore in quel pezzo di carne che entra dentro di noi, ci “volgiamo” a Lui?

Gli chiediamo con tutti noi stessi di entrare in comunione con Lui, di essere “comuni” a Lui? Gli chiediamo di convertirci ai suoi insegnamenti, con la guida che ci indica la Chiesa? Gli chiediamo di farci trasfigurare in Lui? Di farci diventare come Lui?

Perché tutto il resto, davvero, non conta.

Perché qualunque cosa profondamente radicata in noi che ci dissocia da Lui, dai suoi insegnamenti, da quelli della sua sposa Chiesa, sarà la dissacrazione di Cristo nei nostri cuori. Chiediamo che ci rivesta dello splendore sfolgorante delle vesti del Tabor, chiediamo di farci fare comunella coi santi, loro che ce l’hanno fatta.

Senza dimenticare, però, che per arrivare lì, per avere in comune la sua pelle, per arrivare a “essere come Lui”, dobbiamo accettare docilmente di trasformarci in lui, di prendere il suo posto, di lasciarci straziare, di accettare di morire a noi stessi, di vivere per Dio.

“Essere” comunione e non accontentarci più di “fare” la comunione.

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