Quaresima con Tolkien #3 – Tumulilande

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Mi cercano ogni giorno, bramano di conoscere le mie vie, come un popolo che pratichi la giustizia e non abbia abbandonato il diritto del suo Dio; mi chiedono giudizi giusti, bramano la vicinanza di Dio: “Perché digiunare, se tu non lo vedi, mortificarci, se tu non lo sai?”.

Dal libro del Profeta Isaia 58, 2-3

Pochi sono coloro che li ricordano ancora», mormorò Tom, «eppure ve ne sono ancora che vanno errando, figli di re obliati che vagano in solitudine, e proteggono da cose maligne la gente inerme e sbadata». Gli Hobbit non capirono il significato delle sue parole, ma esse tracciarono nelle loro menti la visione di un immenso spazio di un tempo remoto, simile a una vasta pianura ombrosa sulla quale camminavano a gran passi figure di Uomini alti e foschi e con spade sfolgoranti: uno di essi aveva una stella in fronte.

Il Signore degli Anelli, libro I, cap. VIII, “Nebbia sui Tumulilande”

Tumulilande è una collina nebbiosa.

La collina dove in antichi tumuli funerari riposano i coraggiosi Edain della Prima Era, che lottarono eroicamente contro la malvagità che avanzava nel mondo, più forte di Sauron stesso, e i loro discendenti Dúnedain, da cui nacque la stirpe di Isildur e dello stesso Aragorn. È il luogo da dove provengono gli spettri che daranno la caccia all’anello e a Frodo e che riusciranno persino a chiuderli in un tumulo dove probabilmente sarebbero morti, se non ci fosse stato Tom Bombadil. Ma questa è un’altra storia.

C’è qualcun altro che prima degli hobbit rischia di restare intrappolato a Tumulilande: l’Aragorn ramingo.

Proprio queste colline piene di ricordi si frappongono tra lui e l’Aragorn re di Gondor. Il peso del passato, il peso della fragilità, della nullità, il peso del peccato da cui non riusciamo a staccarci, sotterra il cavaliere ed è lo stesso che spesso immobilizza anche noi nel buio, lontani dalla luce della verità e della misericordia. Ci intrappola, la nebbia non ci fa distinguere la realtà, non ci fa emergere dal pensiero del mondo, non ci lascia prendere il nostro posto di figli di Dio, di figli della Luce, di eredi del Suo regno. Re obliati, li chiamano, discendenti di famiglie spezzate, eredi di dinastie che vorrebbero dimenticare ma che non possono rinnegare. Sono come piccoli chicchi nel terreno, che non possono strapparsi le radici, per non morire, ma non vogliono sbocciare e rivelarsi al mondo, per paura di non essere forti come le querce che li hanno generati o peggio, timorosi di celare la stessa malattia che ha portato alla morte l’intera foresta.

Questo è il cuore di un ramingo. Questo abita il cuore di Aragorn.

Questo è il male più subdolo che può abitare il nostro, di cuore. La speranza è virtù da conquistare a suon di battaglie, spingendo il cuore oltre l’ostacolo, confidando in Colui che non ci abbandona ma sa scrivere oltre le righe storte della nostra vita. Arrenderci al male, nasconderci dietro i fallimenti della nostra famiglia, dietro gli errori di chi prima di noi è inciampato lungo la strada, pone un abisso tra noi e la Grazia. Quel peso che Aragorn non si scrolla di dosso, quella ferita che non si rimargina è paura e sfiducia allo stesso tempo: paura di non essere abbastanza, sfiducia nel futuro, perché incapace di sfuggire agli errori del passato. Il tranello che si insinua tra noi e la Grazia può essere sconfitto solamente in un luogo, su questa terra: la confessione. Chiedere umilmente scusa per ciò che ci incatena al peccato, alzare lo sguardo e lottare, per andare avanti, per cambiare, per un futuro scevro dalle ombre di ciò che è stato. Forse, prima della confessione, il luogo da cui partire è però il nostro cuore e quello di chi ci ha feriti, facendoci sentire inadeguati, facendoci sentire il peso di ciò che è stato e del nostro retaggio. Forse, il luogo da cui cominciare è anche la famiglia: quando incolpiamo mamma e papà per i nostri fallimenti, i fratelli per averci lasciato soli ad affrontare le malattie o la vecchiaia dei genitori, reclamando la loro parte di eredità dopo aver sperperato la speranza e la fiducia che avevano riposto in loro. Troppo spesso il nostro cuore è ramingo. Ramingo per scelta. Ci auto condanniamo all’infelicità, dimenticando che la nostra fede non è solo sterile rimorso o rimpianto. “…Verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno”, ma a questo digiuno possiamo porre fine solo noi, riconciliandoci con Lui e con la parte “raminga” della nostra anima. Dobbiamo farlo spesso, ogni volta che possiamo. Perché ci si può abituare a vivere nell’ombra o peggio, a vivere come ombre.

Ma l’Aragorn che è in ognuno di noi deve fidarsi soprattutto di Lui.

Trovare il coraggio di diventare l’uomo che Lui ha immaginato ed ha chiamato alla vita. Trovare il coraggio di seguire la sua vocazione, di partire per quell’avventura unica ed irripetibile che è la strada della sua felicità, destinata a plasmare la realtà e la vita di chi lo circonda.

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