Di uteri e t-shirt

uteri sulle tshirt

Non ho mai pensato che la moda sia una cosa frivola.

Tanto meno stupida. Ho sempre creduto che da come ti vesti si capiscano tante cose di te.

Se si dice che l’abito non fa il monaco, credo sia perché lo faccia davvero.

Che ci piaccia o no, i nostri abiti e come ci presentiamo danno un’immagine di noi. Poi può essere sbagliata, esagerata, disattesa da una bella conversazione, ma questo, le persone che ti incrociano camminando per strada, non possono saperlo. Nessuno sa in cosa credi, per cosa ti batti, se sei simpatica o ti piace il gelato banana e cioccolato. A meno che non sia scritto a caratteri cubitali sulla t shirt che indossi. Quella la sanno leggere tutti. Ecco perché sto pensando seriamente di comprarne una con scritto “solo pizza margherita con mozzarella di bufala e pezzi di salsiccia. Niente foglie di basilico”: mi risparmierebbe un sacco di spiegazioni il sabato sera!

Quello con cui proprio non andrei in giro invece è una t-shirt con stampata sopra la mia vagina.

Oppure quelle magliette con i copri capezzoli alla burlesque o addirittura le tette ricamate. Non ritengo davvero una grande trovata decorare con un utero vuoto un abito da sera come è successo sulle ultime passerelle. E non perché sia solo una bacchettona cattolica pudica (anche se credo fermamente che il pudore non passi mai di moda e far vedere a tutti le mie intime grazie non sia emancipazione e liberazione quanto piuttosto svalutare quanto di più prezioso ho, la mia intimità), quanto perché non credo ci avvicini minimamente a quello che vorremmo ottenere (ammesso poi che sia quello che ci serve davvero).

L’industria del fashion ultimamente si prodiga molto per questa cosa dell’emancipazione (non in nome delle vendite e per cavalcare l’onda femminista, sia chiaro) dell’aumentare la consapevolezza delle donne sui diritti che potrebbero avere e non hanno, sull’uguaglianza di genere, la libertà dai taboo che ci opprimono da sempre. Tutto bellissimo e giusto. Lo fa, appunto a suon di stampe e ricami di vagine, tette e compagnia: che classe, direi. Ma a parte questa, che può essere una considerazione dettata dal (dis)gusto personale, non capisco come indossare certa roba dovrebbe attestare al mondo la mia emancipazione.

Questo urlo di protesta mi sembra più un ricordare a tutti quanti solo una cosa: siamo solo delle vagine.

L’unica cosa che ci definisce è il nostro corpo, anzi, peggio, proprio quella parte lì. E se le prime a dirlo a tutti siamo proprio noi, le donne, quelle che indossano queste t-shirt rivoluzionarie, non è che lasciamo agli altri tanto margine di interpretazione.

Questa cosa ha del ridicolo: chiediamo rispetto, svendendo la nostra femminilità, la cosa più preziosa che abbiamo.

Chiediamo considerazione, quando siamo noi per prime a rendere ridicola la nostra essenza.

Giochiamo con la nostra vagina, e perché gli altri non dovrebbero farlo?

Perché dovrebbero considerarci qualcosa di più che due tette e un utero vuoto (o peggio da svuotare come si fa col secchio della spazzatura?).

Perché glielo lasciamo credere, donne? Come ha fatto questa società a renderci schiave di noi stesse? A farci barattare la cosa più preziosa che abbiamo, il nostro corpo, che ci ricorda la nostra missione che no, non è diventare madri, è dire sì, è portare la vita dove c’è bisogno di noi. Quella vagina che tanto ostentiamo ce lo ricorda, certo, ma non è lei a definirci.

La vera rivoluzione sarebbe riprendercelo questo corpo, ma davvero. Smettere di credere che siamo solo quello che facciamo vedere ad esempio, che siano le gambe o le tette. Smettere di basare la nostra sicurezza, la nostra definizione di donne, sul nostro aspetto esteriore. Quello che ci è stato dato è solo un corpo vuoto, se non lo riempiamo di altro, se non lo mettiamo a servizio della nostra missione.

Questo mi chiedo, quando vedo quelle t shirt. E penso che a furia di lottare per i nostri fantomatici diritti, abbiamo perso un po’ di vista il senso della battaglia (…e forse, ma dico forse, anche un po’ di dignità) e ci siamo dimenticate per cosa (e per chi) stavamo lottando davvero.

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