Se il diavolo non veste più Prada

Il diavolo veste Prada.
O forse non più.

Poteva essersi spostato su Dolce e Gabbana o Dior, a giudicare dal peso che hanno avuto in questo sequel, ma l’unica certezza che emerge dal 2006 ad oggi, è che il diavolo lo ha capito benissimo che andare in giro griffato Prada, con un blazer  a righe Schiapparelli o la felpa John Galliano per Christian Dior è troppo vistoso.  
Persino per lui.

Quindi, relegando le collane di diamanti Tiffany nel portagioie, il diavolo, ha preferito non farsi notare e farci credere che il male, in fondo, non esistesse più.

La mossa è riuscita alla grande.

Perché se ne “il diavolo veste Prada” degli arbori, Miranda ha tutte le carte in regola per essere la riconoscibile dannata della situazione, che incarna nei modi e in ogni iconica sacrosanta battuta quel male fatto di ego e ricerca del successo a tutti i costi,  in questa seconda puntata, persino lei si è ammorbidita. 
Insicura, tanto da non saper appendere il cappotto alla stampella -ma quando mai?!-, triste, disposta a compromessi, senza nemmeno una sola battuta che meriti di essere ricordata con buona pace del floreale e del ceruleo.

Eh già.
Il male non veste più Prada, signori. 
Oggi la distinzione tra ciò che è giusto e ciò  che è  sbagliato non è pervenuta.
C’è  solo un insapore politically correct che fa strage di parole e ci rende tutte pessime omologazioni da fast fashion.

Oggi, Andy, congela gli ovuli per paura mentre continua a battersi coraggiosamente per un milione di altre cause diverse.  
Veste Margiela, ma comprato second hand.
Restituisce credibilità a un mondo che, lei per prima, non ha mai creduto ne avesse. 

Miranda non è più libera di imperare e insultare a suo piacimento, perché il body shaming è dietro l’angolo così come il ban social alle parole $uicidi0 e m€tad0ne.

Tutto è ripulito.

Tutto è più ovattato.

Ci hanno avvolti nella gomma piuma griffata Cucinelli per non farci troppo male e non ci accorgiamo che il male peggiore è  proprio questo beige in cui ci hanno mostruosamente ingabbiati.

La missione di Miranda di portare bellezza attraverso l’arte o la moda, in cui credo profondamente, o quella di Andy di lottare per cause degne, può trasformarsi in un pericoloso toro d’oro se è sostenuta dal nulla.

Se pensiamo che Da Vinci abbia tolto a Cristo quell’aureola per dirci che in fondo, era solo uomo, fallibile e che quindi, possiamo essere gli dei di noi stessi e non per ricordarci che quel Dio è venuto a farci vedere di quanto coraggio siamo capaci, anche nella nostra fragilità, quando scegliamo da che parte stare, il diavolo avrà vinto.

Invece la nostra umanità ci dà il potere di dare la vita per qualcosa di giusto, ma dobbiamo riconoscerlo e non farci ingannare.
Non diventare schiavi del nostro ego.

Nel film ho visto donne distrutte dall’idolatria per il proprio lavoro che si è mangiata la loro maternità e che nonostante tutto perseverano, perché non farlo, significherebbe non sapere più chi sono.

Uomini gentili, gentilissimi, che sembrano tappeti e che leggono libri sulla felicità e ci lasciano libere di scegliere se richiamare o no, preparandosi una frase di bentornato a effetto.

L’unico vero maschio della situazione è Nygel.

L’unico padre: per Andy, la sua “bambina per sempre”.
L’unico fedele: a Miranda, fino alla fine.
L’unico superstite da quel 2006, che affronta la crisi di un’industria come ha sempre fatto: rimanendo e dando il suo meglio.

Per il resto, non c’era  budget.

O forse, non sappiamo davvero più chi è questo diavolo e come cavolo vada vestito e questa, è la vera trama – e il vero dramma- della storia.

Almeno, quando vestiva Prada, potevamo avere una chance di smascherarlo.

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