NOSTALGIA

Commento al Vangelo Lc 18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Quando ero una giovane ragazza

alla ricerca dell’uomo con il quale avrei trascorso la mia vita, ricordo quando incontrai sventuratamente sulla mia strada il tipo da “non voglio una storia seria”. Se ci penso ora mi fa sorridere questa affermazione, ma all’epoca era fonte di grande sofferenza, perché significava trovarsi di fronte ad un muro, a qualcuno che ti dichiara fin da subito di non volerti includere nella sua esistenza, ma di poterti concedere giusto una breve parentesi. E se questo avviene a quindici anni direi che possiamo anche capirlo ma il fatto è che non è per niente raro che questa dichiarazione d’intenti esca dalla bocca di chi non è proprio di primo pelo.

Potremmo studiare la cosa sotto tanti punti di vista, ma di fatto c’è un grande problema di fondo: se io credo di bastare a me stesso, se credo di essere pieno di tutto ciò di cui ho bisogno per essere felice non ci sarà spazio per nessuno, se non ai margini della mia vita.

E lo stesso accade con Dio, se sono piena di me non potrà esserci posto

per nessuno, neanche per colui che mi ha creato, ammesso che la mia superbia mi permetta di sentirmi creatura e non creatrice io stessa.

La superbia però non è sempre così manifesta, spesso la sappiamo camuffare così bene che ci sembra di essere tanto umili e timorosi, che come noi nessuno mai.

Gesù nel raccontare del fariseo e del pubblicano non rivela ciò che ognuno di loro aveva nel cuore, non racconta la loro vita passata, le difficoltà vissute, le sofferenze affrontate. Gesù ci dice il loro modo di stare davanti a Dio e la loro preghiera: fatti reali, concreti, sui quali ognuno di noi è padrone.

Ci sono volte in cui sono stanca, fredda, distante e alla fine della giornata mi dico che in fondo non importa se non sono riuscita a rivolgere una parola a Dio, tanto lui sa, lui legge nel mio cuore e tutto il resto.

Ma Cristo ci fa capire chiaramente che non è così,

che pur essendo onnisciente Dio attende da noi un atto di libera volontà, siamo noi a dover dire il nostro “sì” attraverso la preghiera esplicita, vera. E allora sì che conta il modo in cui ci presentiamo davanti a Dio, le preghiere che gli rivolgiamo e come lo facciamo. Ma non perché siamo sotto esame o qualcuno ci attende al varco per darci dei voti, ma perché la preghiera dice tutto del nostro rapporto con Dio, è da lì che passa la relazione.

D’ora in poi, prima di metterci in preghiera, domandiamoci: c’è posto per Dio nella mia vita? Posso fargli più spazio o proprio non ci riesco? 

E anche in questo caso non ci resta che pregare e chiedere di sentirci più figli, di sentire quella nostalgia di paradiso di cui abbiamo bisogno.

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