IACULUM QUARESIMA #44 freccia “stabat mater”
Non ci ha chiesto solo di restare ma di portare immenso amore nella nostra presenza.
No, non tutto si può risolvere.
No, a certi dolori non ci sono parole.
E non è questione di essere persone poetiche:
il silenzio porta un suo peso specifico e più è pesante più risulta ingombrante, difficile da gestire, talvolta tanto voluminoso da riempire ogni cosa.
Non è questione di essere estroversi o ispirati:
ci sono momenti in cui le parole ingombrano troppo nella stanza, non c’entrano se non nella forma ridotta dei sospiri.
Mi riporta alla mente la confessione di una mamma a fianco del corpicino della figlia negli ultimi istanti di vita.
L’idea del paradiso per la sua bambina non aveva fatto i conti con una morte agonizzante, tutt’altro che pacifica come quelle da film.
Lo Stabat Mater è custodire le ultime parole tra i rantoli, occhi sbarrati che non vedono, fame d’aria che nessuno può saziare, convulsioni senza rimedio.
Lo Stabat Mater non è solo l’immagine di una donna dolorante ma è prima di tutto il coraggio di stagliarsi innanzi al velo della morte, di fare tesoro anche di momenti terrificanti, destinati a rimanere impressi per sempre nella mente.
Lo Stabat Mater è anche baciare un corpo vuoto che sembra aver perso il suo significato.
Lo Stabat Mater è anche abbassare le palpebre inanimi, tirare il lenzuolo sopra il capo e chiudere una bara.
Lo Stabat Mater è anche poggiare dei fiori su una tomba silenziosa che non ha risposte di questo mondo.
Lo Stabat Mater è anche il silenzio con Dio,
il dubitare di unguento che potrà lenire una ferita destinata a rimanere aperta per tutti i giorni che restano da vivere.
Lo Stabat Mater è l’immenso venerdì tra l’agonia finita e il vuoto di una nuova alba,
di una nuova vita che tarda ad arrivare.





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