Le somiglianze tra Rupert ed Ed (e le loro primogenite)

Ve lo ricordate il video di Ed Sheeran “Lego house”?

Quello con un fantastico Rupert Grint (amico nella vita) che gli fa da sosia? Ebbene, le somiglianze potrebbero non fermarsi allo stile, alla stazza, all’indole riservata (anche se Rupert qui non si batte dato che ha aperto un profilo Instagram ufficiale solo l’altro giorno dopo appena 10 anni! PS: andate e followate eh! ), il taglio e il colore iconico e tanto brit del capello. Adesso ci si è messa anche la nascita delle loro primogenite, entrambe femmine, di cui Rupert ha postato la prima foto pochi giorni fa, rivelando la stessa passione di Ed per i nomi, come dire…particolari! La piccola Lyra Antartica si sentira’ meno sola sapendo che può contare su un’amichetta di nome…Mercoledì! Insomma, spero per Lyra che a differenza della piccola Addams, Mercoledì Grint faccia giochini un tantino meno tetri e con meno esplosivi coinvolti! In ogni caso Rupert, io, da potterhead, avrei puntato tutto su Mirtilla!

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Mikaela Spielberg e la luce che illumina la nostra vita

Mikaela Spielberg, figlia del famoso regista, ha scelto le luci rosse.

Aveva annunciato questa decisione tempo fa dopo un periodo difficile tra depressione e anoressia, in cui non riusciva ad accettare il proprio corpo, e ora è ufficiale, come ha dichiarato al Daily Beast, spiegando che il lavoro da attrice hard “mi ha liberato”. Che alla fine quello che cerchiamo sono sempre amore e libertà, ma persi nella notte, è un attimo che le cerchiamo pigiando l’interruttore sbagliato.

Quanto è dura trovare la luce giusta per illuminare la vita.

Per Mikaela, ma anche per noi. C’è l’opzione della foto controluce, quella dal like assicurato, in cui però di noi, alla fine, non si vede nulla e magari stiamo pure ben attenti a metterci a una certa distanza dall’obiettivo e diventiamo solo sagome, vuote, stagliate su un tramonto mozzafiato che però di noi, di quello che siamo davvero, non dice nulla. Ci sono le luci della ribalta, un bell’occhio di bue magari per i più audaci, per avere un momento di gloria, fosse anche l’unico in una vita intera, per essere al centro, per dire che ne è valsa la pena o sarà stato tutto vano. Anche se non siamo attori, almeno una volta nella vita cerchiamo quella luce ovale e bianchissima, ma mi raccomando, dobbiamo essere al top, aver studiato bene la parte, essere truccati e vestiti come si deve. Ci sono le luci dei camerini di Zara o H&M: impietose, che non lasciano sfuggire nemmeno un brufolo, sparate dall’alto, drammatiche. Nessuno scampo per la cellulite o l’autostima, magari proprio in una giornata che era cominciata male. Sono proprio le luci che mi sembrano montate sugli occhi degli altri o sui miei a volte: piene di giudizi definitivi. C’è la luce gialla della lampadina, che quando non c’è di meglio mettiamo il flash e scattiamo una foto anche con quella: ci arrangiamo, speriamo di non aver chiuso gli occhi e che ci abbia preso bene. Tante decisioni prese contando solo su noi stessi, spesso assomigliano a questo set fotografico “fai da te”: una luce artificiale, un flash, chiudiamo gli occhi e speriamo. Ci sono quelle luci rosse che Mikaela spiega in una frase: “mi sono resa conto che non c’è da aver vergogna nell’apprezzare questo settore e nel voler fare qualcosa che sia sicuro, sano e consensuale”. Basta che non ci siano rischi, non visibili almeno. Ma se anche possono liberare i nostri corpi da tabù e vestiti, dal giudizio degli altri o peggio dal nostro, nemmeno quelle luci sono in grado di illuminare la nostra anima. L’unica luce che ci serve è quella pacata e morbida che entra dalla finestra la mattina e gioca a disegnare ombre sul pavimento col pizzo della tenda. Quella luce senza filtri, senza angolazioni, senza nessuno a manipolarla. Ti fa vedere tutto, il bello e il brutto. Senza censure. Solo una luce così, una luce libera, può liberarci sia dentro che fuori. È la luce che tutti i fotografi prediligono, che ci fa vedere bene la realtà ed è l’unica che ci permetterà di guardarla altrettanto chiaramente per affrontarla. Senza sotterfugi, anche attraversando le zone di ombra che comunque resteranno. Ma noi, anche in quell’attimo, avremo sempre lo sguardo fisso su quella luce✨ Quella, per me, assomiglia tanto alla luce di Dio.

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Il talento è un caffè tra amiche

Commento al Vangelo Mt 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Prenditi un momento, mettiti seduto o, meglio, inginocchiati, in camera, in sala, in giardino, dove vuoi.

E pensa alla tua vita. Gesù è chiaro come sempre, non te lo manda a dire. Lui da te vuole questo: che tu prenda la tua vita e la faccia sbocciare come un fiore, devi aprirti, totalmente, finché non si staccheranno e cadranno tutti i tuoi petali, significa che avrai dato tutto e arriverà il tempo del frutto che nascerà succoso e creerà altra vita. Dio ci ha creati pieni di talenti e sapete qual è proprio uno dei tanti inganni di Satana? Farci credere che non ne abbiamo, che siamo dei poveri falliti senza speranza, che nulla ci riesce perché nulla ci è stato dato. E invece i talenti sono tutte quelle capacità, quelle grazie, ma anche quelle occasioni che ci permettono di donarci all’altro, e così a Dio, e di essere noi stessi volto somigliante a Cristo. Ma cosa sono questi talenti? È talento sia il saper scrivere testi o cantare che il ricoprire un ruolo decisionale, politico.

In entrambi i casi Dio vuole da te che fai fruttare il tuo talento.

Come? Mettendolo a disposizione degli altri, sotterrando ogni egoismo. Il cristianesimo funziona solo nell’ottica della Chiesa, della comunità. Pensiamo alle suore di clausura, che mettono in gioco il loro talento per tutti noi, pregano e smuovono monti, e probabilmente sono quelle che addolciscono il Padre Celeste che vede tutto il male che gli uomini sono in grado di compiere. Vi è mai capitato che una vostra amica vi chiedesse di uscire per un caffè e due chiacchiere, ma voi avete buttato su una scusa e avete rimandato? Ecco, lì, proprio in quel momento, una cosa che per voi è stata banale e forse di poco conto, vi fa essere come l’ultimo servo a cui il padrone, deluso, indica l’inferno. Ma come siamo esagerati, direte voi. E invece dovete pensare che ogni piccolo atto di carità mette in moto la storia. Senza di esso, potrebbero non accadere cose incredibili. Mi viene in mente Madre Teresa di Calcutta che, alla domanda di una giovane Hillary Clinton che le chiedeva come mai secondo lei non ci fosse stata ancora una donna a capo della Presidenza degli Stati Uniti, rispose che probabilmente era stata abortita.

I talenti sono occasioni di luce, sono biglietti per il Paradiso, sta a noi timbrarli, utilizzarli, siamo liberi anche in questo.

È la meraviglia di Dio, di un vero Padre che ci lascia liberi di essere creativi, di utilizzare i nostri talenti nel modo che preferiamo, nel modo che ci rende felici. La vita è una storia incredibile, non dobbiamo sprecarne neanche un istante perché ogni volta che ci nascondiamo sotto un sasso e viviamo di paura perdiamo una possibilità di grandezza.

73 anni di scandali e promesse mantenute per Elisabetta e Filippo

“Il divorzio crea i più bui fantasmi della società”.

Queste le parole di una neo sposa Regina Elisabetta in un discorso alla mother’s union. Non so se è per questa avversità personale al divorzio che Elisabetta, le 63 volte che pare sia stata sul punto di farlo, non ha mai ceduto. Sul suo matrimonio se ne sono dette così tante che già questo basterebbe a renderlo difficile, anche se non fossero vere. Non è compito nostro giudicare se lei sia sempre rimasta perché troppo innamorata, troppo tollerante o troppo preoccupata per la corona. A fine giornata, ognuno ha i suoi motivi per restare o andarsene. Eppure non tutti restano. È questo che rende la fedeltà un valore davvero eroico. Una scelta epica. Di quelle che ti mettono in discussione tutti i giorni: tutte le volte che siamo rimasti per chiarire, per trovare un nuovo motivo per continuare, per guardarsi in faccia e rimettere insieme i pezzi, per cercare di capire dove noi e lui o lei hanno sbagliato, cosa ci vogliono dire, cosa possiamo cambiare, per perdonare, persino. Una scelta di quelle incomprensibili da fuori, di cui vedi la vera grandezza solo alla fine della storia o giù di lì, quando ti guardi indietro e poi guardi negli occhi tuo marito o tua moglie e puoi dire che tu, dopo 73 anni, nonostante tutto, quella promessa l’hai mantenuta. Auguri alla queen e al duca di Edimburgo per i loro 73 anni insieme 😍

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Viva Cristo Re

Sono le quattro di notte (o di mattina, dipende da come vedete voi il bicchiere di solito!), sono sveglia, mia figlia è sveglia, ha la tosse e non riesce a dormire, si gira e si rigira, allora la prendo tra le braccia e la accarezzo.

Dico un’Ave Maria, poi un’altra e un’altra ancora.

Ripenso a ieri pomeriggio quando tra un castello di Lego duplo e un cambio d’abito di Elsa mi guarda e mi chiede: “Dov’è Gesù? È in cielo?”. Domande importanti, domande celesti. Le parole scavano strade nel pensiero in formazione, plasmano il mondo interiore di significato, in particolare se hai due anni. Allora guardo mia figlia nei suoi grandi occhi scuri e le sorrido dicendole: “Sì, Gesù è in cielo, è il nostro Re, ecco perché a messa ci inginocchiamo, perché davanti ai re ci si inginocchia sempre.” Lei rimane un po’ a pensare, per una bambina un re ha un grande significato, come la regina e le principesse.

Per lei rappresentano un mondo ideale, la bellezza.

Chissà perché quando si cresce perdiamo questa attrazione verso ciò che è regale. Penso alle ultime parole pronunciate da San José Sanchez Del Rio, il bambino ucciso da un federale messicano durante la guerra tra lo stato e i cristeros. Questo giovane martire, poco prima di morire, pensando al suo papà disse: “Ci rivedremo in cielo! Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!”. Lui al cielo ci credeva eccome, a quel Regno e al suo Re e alla sua Regina. Il nostro mondo è così lontano da tutto ciò e da noi la guerra silenziosa alla cristianità è in uno stadio avanzato, siamo molto vicini a quello che vissero i cattolici messicani durante gli anni venti del novecento. Periodi bui, duri, difficili ce ne sono stati in tutte le epoche ma una cosa che mi ha sempre colpito è il fatto che ogni totalitarismo nascente ha sempre odiato e combattuto i cristiani perché di ostacolo al nuovo regime.

Perché Cristo è segno di contraddizione, è libertà vera, è presenza viva di quel Regno dei Cieli a cui aspiriamo.

E tutti i presidenti, i generali, i capi di stato che nel nome della libertà hanno ucciso cristiani, distrutto chiese e vietato il culto, non hanno fatto altro che emulare il primo di loro, Erode, che nella paura di vedersi portare via il potere da un Re bambino li uccise tutti. Ma quel Regno e quel Re non possono essere distrutti, non ci saranno mai guerre o persecuzioni abbastanza letali da distruggere ciò che è inizio e fine di tutto. Abbiamo un compito, quello di far regnare Cristo nel nostro cuore, lì non possono esserci nemici, dobbiamo lottare e aprire ogni varco a Cristo, solo così saremo liberi. Ma non basta, ognuno di noi deve portare un pezzo del Regno dei Cieli lì dove si trova, in famiglia, a lavoro, a scuola, con gli amici. Ognuno stando al suo posto, come San José, aveva appena quattordici anni e gli affidarono il ruolo di portabandiera, doveva tenere alto il vessillo della Vergine di Guadalupe. Noi dobbiamo fare lo stesso, non rinneghiamo Cristo, mai, ma portiamolo orgogliosi fuori e dentro di noi. E insieme diciamo a gran voce: “Viva Cristo Re!”.

Lady D. e la riscossa dei maglioni brutti

Natale è diventata, tra le tante cose, la stagione dei maglioni brutti.

Da capo di abbigliamento imbarazzante (ricordo un iconico Marc Darcy che si presenta alla festa a Bridget Jones indossando un davvero bruttissimo regalo di sua madre) da qualche tempo sono diventati una tendenza (io li adoro!). Niente relativismo, né linguaggio politically correct per questi pullover di solito dai colori sgargianti e improbabili con vistose, kitsch, trash, pacchiane, demodè (e chi più ne ha più ne metta) fantasie. Forse questo remoto angolo del fashion che torna alla ribalta una volta l’anno (complice forse il fatto di stare più tempo a casa con chi ormai ci ha visto indossare anche di peggio) è l’unico luogo dove ancora è lecito usare una parola così definitiva come “brutto” in un mondo di solito ostile ai concetti assoluti come vero, falso, bello, cattivo, buono… 

Comunque se anche voi adorate gli ugly sweaters dovete sapere che c’è qualcuno che ha sempre difeso a spada tratta la sua voglia di “bruttezza” facendola diventare persino di moda (dato che la lei in questione era un’icona di stile), e non solo a Natale. 

Lady D. adorava i maglioni con fantasie particolari (e uso il termine politically correct, ma scorrendo le foto converrete con me che un pò saranno pure gusti anni ’80, ma in realtà sono brutti forte!). Oggi una nota maison ha anche riprodotto, seppur a un prezzo molto poco “common”, il più iconico di questi capi lanosi che la principessa amava tanto da averlo indossato in molte occasioni pubbliche (immagino la gioia di queen Elisabetta… ): un sobrio maglioncino rosso tempestato da pecorelle con una sola pecora nera. Autoironia forse? 

Diana, Princess of Wales (1961 – 1997) wearing ‘Black sheep’ wool jumper by Warm and Wonderful (Muir & Osborne) to Windsor Polo, 1980. (Photo by Tim Graham Photo Library via Getty Images)

Poi c’è il famoso maglione con Koala con cui è stata avvistata quando era incinta di William mentre seguiva Carlo sul campo da polo. Bizzarro regalo di nozze della figlia del primo ministro del nuovo Galles del Sud (regione dell’Australia appunto). Pare ne avesse uno in pendant anche Carlo con un canguro, ma credo che questo segreto se lo porterà nella tomba!

WINDSOR, ENGLAND – MAY 1: (FILE PHOTO) Pregnant Diana, Princess of Wales chatting with Prince Charles, Prince of Wales at polo at Windsor on May 1, 1982 in Windsor, England. (Photo by Tim Graham Photo Library via Getty Images)

Come dimenticare il maglione lama? Fucsia con righe multicolor e pure una fila di bambini: e no, non era nemmeno un souvenir da Macchu Picchu o residuo di una bancarella alla festa del patrono. 

Lady Diana Spencer, later Diana, Princess of Wales (1961 – 1997) visits Craigowan Lodge in the grounds of Balmoral, Scotland, with her fiance Prince Charles, 6th May 1981. (Photo by Tim Graham Photo Library via Getty Images)

Il top è il cardigan con le renne bordeaux, che alla fine, direte voi, non sarebbe nemmeno troppo freak, perché chi non ne ha uno nell’armadio? Ma proposto sopra la gonna tubino gessata è davvero roba che scotta! 

Lady Diana Spencer (1961 – 1997) outside her London flat on Coleherne Court, UK, November 1980. (Photo by Jayne Fincher/Princess Diana Archive/Hulton Royals Collection/Getty Images)

Chiudiamo con il maglione rosso con catene, pendenti/ciondoli/palle di Natale (o non so potremmo provare a dare una interpretazione come coi fondi del caffè!) con cui la principessa nel 1989 accompagnò William a scuola, tutti dorati e leggermente over size (perché pacchiani pareva brutto!). 

Diana, Princess of Wales (1961 – 1997) at Wetherby School in London, after accompanying her son Prince Harry on his first day, September 1989. (Photo by Terry Fincher/Princess Diana Archive/Getty Images)

Insomma, difendete la vostra voglia di bruttezza! Non solo a Natale! 

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Doc

Ti sparano, vai in coma, ti svegli e sei convinto di essere nel 2008

invece è il 2020 e tutto ciò che credi sia la tua vita non lo è più, da molto tempo. È quello che è successo realmente al dottor Pierdante Piccioni, alla cui storia è ispirato il medical drama andato in onda su Rai1 e terminato ieri sera. Nel telefilm abbiamo un bravissimo (e qualcuna direbbe anche parecchio affascinante) Luca Argentero che interpreta Andrea Fanti, primario di medicina interna, che in seguito ad uno sparo in testa ha un’amnesia retrograda che ha creato un buco nella sua memoria lungo dodici anni. Dodici anni. Già soltanto per metabolizzare questo dato impieghiamo del tempo. In dodici anni di vita accadono così tante cose che è quasi impossibile immaginare di poter proseguire la propria esistenza. Ma la cosa bella è proprio questa.

Andrea ad un certo punto sceglie di reagire al dolore, alla perdita, allo smarrimento e sceglie di vedere quello che gli è accaduto come un’opportunità, anziché come una disgrazia senza soluzione.

Certo che soffre, certo che vorrebbe avere indietro i suoi ricordi e poter riempire tutto il vuoto, ma non può. E a volte è così, a volte non c’è via d’uscita, non c’è soluzione, a volte tutto l’assurdo di una situazione ti si para davanti sfacciato e tu puoi solo abbassare le braccia, rilassare i muscoli del viso e fare un respiro profondo: non puoi fare nulla, non dipende da te, questo è, smetti di lottare contro i mulini a vento e guarda tutto da una nuova prospettiva. Andrea in quei dodici anni ha perso un figlio e questo lutto impronunciabile ha distrutto pezzo dopo pezzo il matrimonio con Agnese, con la quale ha anche un’altra figlia che soffrirà tantissimo per questa dolorosa tragedia familiare.

Quando si sveglia dal coma gli cadono sopra questi due massi, la morte del figlio e la separazione dalla moglie.

I suoi colleghi gli raccontano i fatti ma ciò che è più difficile non è tanto comporre il puzzle quanto vivere tutte le emozioni nuovamente. Il dolore lo travolge come uno tsunami, ne viene investito in pieno e ci vogliono settimane per riuscire a tirare su la testa e prendere una boccata d’aria. Andrea si accorge che la persona che lui era diventato in quei dodici anni è uno sconosciuto, qualcuno che non avrebbe mai creduto di poter diventare. E se è vero che non può far nulla per riavere suo figlio, al contrario non vuole arrendersi e perdere sua moglie. È molto bello riflettere su questo aspetto, infatti spessissimo accade che le separazioni avvengono perché non ci si riconosce più, perché si è cambiati così tanto al punto da non ricordare più perché ci si è scelti. Andrea ricorda bene perché amava (ama) sua moglie e anche lei sembra svegliarsi da un lungo letargo vedendolo così diverso, rivedendo l’uomo che aveva sposato. Poi chiaramente la vita non è un percorso lineare, ci sono saliscendi, traverse, scorciatoie, fossi, burroni, tornanti.

Ma in tutto questo ciò che illumina la storia è il modo di agire, pensare e sentire di Andrea, che diversamente da quell’uomo rigido e freddo che era diventato e che tutti ormai conoscevano, ora guarda al paziente nella sua interezza, non solo una malattia ma una persona con una storia, e sa sostenerlo nei momenti più difficili. Non solo, Andrea aiuta i suoi pazienti a leggere le loro vicende con un occhio provvidenziale, perché può anche essere vero che stamattina sei partito da casa con una pistola in borsa per farla finita perché tua moglie ti ha lasciato e hai perso il lavoro, ma mentre eri sul treno questo è deragliato, sei finito all’ospedale e lì hanno scoperto che hai una malattia, quindi ti curano e non puoi non vedere tutto questo come una seconda possibilità.

“Le istituzioni, la famiglia, la scuola, la Chiesa sempre meno sono in grado di fornire alle persone modelli di comportamento. Un genitore, un nonno oggi riescono a malapena a comunicare qualche norma igienica, dietetica, di sicurezza, lavati i denti, non correre col motorino, non mangiare troppo. La televisione, con tutta la suggestione del colore, la suasività della parola ben tornita, la dolcezza delle musiche di sottofondo, dà modelli di comportamento”. Diceva questo Ettore Bernabei, lui che fu direttore generale della RAI nell’epoca in cui era l’unica emittente televisiva e radiofonica presente in Italia. Era cattolico, membro dell’Opus dei, sposato e padre di otto figli. Nel 1992 fondò la Lux Vide, società di produzione televisiva e cinematografica, dove nel tempo approdarono anche Matilde e Luca Bernabei, due dei suoi figli, e attuali dirigenti.

E “Doc – Nelle tue mani” ha tutto quello di cui parlava Bernabei.

Ci sono attori capaci di raccontare storie vere e di farcele vivere sulla nostra pelle, ci sono dialoghi forti, incisivi, che ispirano e che ti viene voglia di appuntarli per poterli rileggere domani. E le musiche, bellissime, alcune scritte apposta per il telefilm, che ci fanno ricordare un certo medical drama americano che tutti conosciamo. “Doc – Nelle tue mani” è questo: emozioni fortissime, laceranti, vita vera, amori che ci fanno pensare ai nostri perché così reali.

Ed è ovvio che in un periodo così buio come quello che stiamo vivendo, dove la morte ci è diventata molto più familiare o perlomeno lo è per molti di noi, uno dei più bei monologhi è quello che pronuncia Andrea al termine di un turno molto faticoso:

“Ci siamo noi, e c’è quella grandissima stronza della morte.

Ci sono giornate come questa dove sembra inarrestabile, lo so. Però non è così perchè ci siamo noi. Tutti i libri che abbiamo letto, tutto lo studio, la pratica, la teoria, è servito tutto a guardarla in faccia e a dirle NON OGGI. Non importa quanto siano disperate le condizioni di un paziente. NON OGGI. Non importa se neanche i pazienti ci credono più. NON OGGI. Qualcuno di noi cederà, altri reggeranno bene alla pressione ma non importa. Noi oggi dobbiamo aiutarci. Qualunque cosa si debba fare, qualunque sia la vita che aspetterà i pazienti da oggi in poi voi dovete ricordarvi sempre perchè siamo qui. Per metterci in mezzo tra i pazienti e la stronza. Questo è essere medici.”

Capito cosa dice? Qualunque sia la vita che aspetterà i pazienti da oggi in poi.

Non parla di qualità della vita, di scelte, non dice che a volte non ne vale la pena, perché ne vale sempre la pena, perché la vita anche quando sembra impossibile è capace di regalarti attimi di felicità che non vorresti perderti mai. Noi siamo in quattro e secondo tutte e quattro la televisione potrebbe pure essere sostituita da un bel quadro con un campo di girasoli, se non fungesse da supporto per vedere serie TV e film. Ecco che ci pare vitale parlare di qualcosa che si differenzia dal piattume omologato a cui assistiamo ogni giorno, zero ideologia e zero propaganda al pensiero unico. Quindi, se non l’avete ancora fatto rimediate subito e andatevi a vedere i sedici episodi, durano circa un’ora ciascuno perciò se vi munite di fazzoletti, gelato e acqua direi che in una giornata dovreste riuscirci! Buona visione!

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Santa Matilde di Hackeborn e le sue Ave Maria

Possono tre semplici Ave Maria salvare la mia anima?

Sembra di si, da quanto dicono le rivelazioni a Santa Matilde di Hackeborn la quale, intimorita dal pensiero della morte, chiese alla Madonna di essere assistita e protetta. Maria le apparve e la tranquillizzò dicendole “Se vuoi ottenere questa grazia, recita tutti i giorni Tre Ave Maria, per ringraziare la SS. Trinità dei privilegi di cui mi ha arricchita”. Tre Ave Maria e il Paradiso è aggiudicato. Beh non funziona proprio così. Non è quello il significato di tale devozione. Non è “fai come ti pare, sguazza pure nel peccato, ma tira pure un sospiro di sollievo, tre Ave Maria ti salveranno”. Ancora una volta Gesù e sua Madre ci danno uno strumento semplice, alla portata di tutti per raggiungere la salvezza eterna. La verità è che recitando tre Ave Maria in onore a Dio, a Gesù e allo Spirito Santo non solo ci mettiamo in contemplazione della Santissima Trinità, non solo rendiamo onore alla Madonna e ringraziamo Dio per l’onnipotenza, sapienza e misericordia concessale ma ci aggiudichiamo una speciale protezione della mamma celeste nell’ora più buia, quella della morte. Un’assistenza e una protezione particolare che la Madonna ha promesso a tutti quelli che con devozione e fede avranno recitato tre semplici Ave Maria. Il che significa che Maria ci darà quelle grazie che ci permetteranno di affrontare la morte nel migliore dei modi.

Non significa che automaticamente saremo salvati.

La fede non è mai un faccio questa pratica quindi ottengo quanto richiesto, recito la novena delle Rose e automaticamente ottengo la grazia sperata, chiedo a San Giuseppe un lavoro nuovo, recito il Sacro Manto e puff, esaudito. La fede è un percorso, è un’ascesa verso il cielo, è un chiedere incessantemente come la vedova inopportuna, prima o poi saremo esauditi ma non sappiamo né il come né il quando. D’altronde i tempi di Dio non sono i nostri. Le tre Ave Maria sono allora tra quelle semplici preghiere che col tempo plasmeranno la mia vita, il mio carattere e influenzeranno il mio comportamento. Basta davvero poco per convertirsi, non a tutti serve la folgorazione sulla via di Damasco. C’è chi con la costante preghiera, giorno dopo giorno, modella il proprio atteggiamento uniformandosi alla volontà del Padre. È questa la vera grandezza delle tre Ave Maria. Un piccolo strumento per l’ascesa al cielo.

Queste sono le domeniche che precedono l’inizio del nuovo anno liturgico, dove il vangelo insiste sul fatto che non sappiamo né il giorno né l’ora.

Proviamo allora a fare come quelle vergini che hanno tenuto accesa la loro fiammella per il momento in cui sarebbe arrivato lo sposo e riscopriamo questa bellissima devozione. E se qualcuno avesse dei dubbi su tale pratica si rivolga direttamente al Padre. Come diceva P. Giambattista de Blois, un cappuccino grande divulgatore di tale pratica, “Se questo mezzo vi sembrerà sproporzionato, dovete prendervela con Dio stesso che ha concesso alla Vergine tale potere. Dio è padrone assoluto dei suoi doni. E la Vergine SS. ma, nella potenza d’intercessione risponde con generosità proporzionata al suo immenso amore di Madre”.

Come recitarla

La devozione delle tre Ave Maria è associata a Santa Matilde di Hackeborn, ma di fatto numerosi Santi vissuti anche prima di lei già recitavano queste tre Ave Maria. Divenne poi pratica universale con Leone XIII che la inserì al termine della Messa (fino al Concilio Vaticano II). Ci sono diverse forme per recitarla. Questa è una:

Per ringraziare il Padre dell’Onnipotenza data a Maria: Ave Maria

Per ringraziare il Figlio per aver dato a Maria una tale scienza e sapienza da sorpassare quella di tutti gli Angeli e i Santi e per averLa circonfusa di tanta gloria da renderla simile ad un Sole che illumina tutto il Paradiso: Ave Maria

Per ringraziare lo Spirito Santo per aver acceso in Maria le fiamme più ardenti del Suo Amore e per averLa fatta così buona e così benigna da essere, dopo Dio la più buona e la più misericordiosa: Ave Maria

Vedere oltre il dolore come Santa Agostina

Quando ci si sente cristiani forti, bravi, arrivati, i primi della classe insomma, capita che si pensi che in fondo se l’altro non accoglie a braccia aperte il nostro messaggio evangelico è sicuramente perché è troppo peccatore, è una causa persa e noi non possiamo perdere tempo a discutere con chi non vuole capire.

Suor Agostina lavorava in un ospedale di Roma, era giovane, aveva un carattere forte, era anche amorevole e instancabile, oltre che molto bella.

Aveva la stoffa della “suora della carità”, la vocazione a dare la sua vita per l’altro, ma non per l’altro quello che ci piace, l’altro buono, l’altro che ci ringrazia e ci ripaga delle nostre opere, no, lei li amava tutti, anche e soprattutto quelli che la odiavano. In quel periodo, la fine dell’ottocento, nell’ospedale la fede era osteggiata in ogni modo, vennero tolti tutti i simboli religiosi ed era vietato parlare di Cristo. E lei, Agostina, era rispettosa di questo, svolgeva il suo compito con amore verso l’ammalato perché sapeva e credeva che non ci fosse modo più grande e bello di testimoniare Cristo di quello di vederlo in ogni persona che si ha di fronte, anche se quella persona ti odia, ti sputa in faccia, ti insulta, ti caccia. Lei accettava tutto ma non perché fosse debole o sottomessa al suo abito monacale, ma perché pensava a Gesù che aveva dovuto soffrire dolori e umiliazioni e voleva prenderne parte, voleva viverle sulla sua pelle. Ma perché, diremmo noi, perché desiderare questo?

Perché l’amore non funziona a dosi, non ci sono misurini, non ci sono quantità massime, se ami dai tutto quello che ti viene chiesto, pure la vita.

E a volte questo dare la vita non è così figurato, non è solo un modo romantico di dire ma nel quale in fondo non crediamo davvero. Suor Agostina curava un malato molto violento che non faceva altro che infastidirla e provocarla, ma lei non si scomponeva, non si lamentava e continuò a curare lui e la mamma di lui, che era cieca. Probabilmente fu proprio questa sua pace, questo velo di santità che suscitarono in lui l’odio estremo che lo portò ad accoltellarla. Suor Agostina se ne andò così, a trent’anni, mentre svolgeva il suo lavoro in modo eroico, semplicemente stando lì accanto agli ultimi, agli ammalati gravi, a chi sputava sulla sua fede e ai quali non rispondeva con trattati di apologetica ma con l’amore che tutto sopporta e che si fa carne viva, che non è slogan ma servizio.

Santa Agostina oggi protegge gli infermieri, e noi la preghiamo, perché stia accanto a tutti gli operatori sanitari in questo periodo così difficile e le chiediamo non di liberarci dal dolore ma di aiutarci a vedere oltre il dolore, perché dietro alla malattia c’è una persona che ha bisogno del nostro amore e della nostra presenza.

Auguri Leo!

(“My Heart Will go on” Soundtrack: ON)
Oh Leo, perdonaci, in questi giorni abbiamo avuto tanto lavoro e ci siamo dimenticate di te e forse la fine del mondo è vicina perché altrimenti non si spiega come sia potuto accadere.
Non potremmo mai scordarci (e nemmeno mia madre che pensava di mandarmi in analisi) delle lacrime per te in Titanic, perché nessuna donna sana di mente ti avrebbe fatto scivolare nell’acqua ghiacciata dell’oceano e per quanto ci scanniamo, su questo siamo tutte d’accordo. O quando ti sei tolto la maschera di ferro ed eri così spaventato, povero, giovane fratello di un disgraziato come Luigi XIV. O quando hai incrociato gli occhi di Giulietta dentro l’acquario (tu eri sexy, qualunque uomo sarebbe stato solo un pesce lesso qualunque in una scena del genere), che batticuore. Poi c’è quando sei andato fuori di testa su Shutter Island e ci siamo un po’ preoccupate per la tua sanità mentale, o quando ancora ti abbiamo visto su Inception e non ci abbiamo capito davvero niente ma c’eri tu e non ci serviva altro.
Leo: da 46 (+1 giorno) anni sei la mia figurina delle cingomme preferita ❤ (e quelle cingomme facevano proprio schifo! 🤣😅).
Happy B-day!

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