Lettera a tre amiche benedette – storie di mamme

La mia bimba, la mia gioia, la mia stellina, ha da poco compiuto un anno.

Le emozioni provate durante questi mesi sono state infinite, contrastanti, sconvolgenti. Sì perché l’arrivo di un bambino in una famiglia, soprattutto se il primo, ti sconvolge, ti ribalta la vita. A volte non vedi l’ora che la tua esistenza venga messa sotto sopra da quel piccolo esserino, altre volte sei un po’ spaventato da quello che ti aspetta, di solito hai paura di non essere in grado di fare il genitore. Ma come sempre, la realtà mette a terra i pensieri e si fa strada nel quotidiano, in un modo o nell’altro.
Io ero felice e impaziente di vivere questo stravolgimento, anche quelle 24 ore di travaglio alla fine le ho ben accolte, intendiamoci, una volta finite! Perché mentre le vivevo avrei preferito di gran lunga trovarmi su una spiaggia caraibica piuttosto che seduta su una palla a far roteare il bacino.
Lei è nata, bella come il sole e noi felici come non immaginavamo si potesse essere. Tuttavia il dolore fisico era tanto, tantissimo. In ospedale non riuscivo ad alzarmi dal letto e una volta a casa la situazione non migliorò. Vedevo altre ragazze intorno a me alzarsi e stare bene già subito dopo il parto, mentre io ero immobile, spaventatissima dall’idea di non riuscire a riprendermi completamente. Questo fece sì che i parenti che mi circondavano, credendo di aiutarmi, non facevano altro che prendere mia figlia tra le loro braccia lasciando le mie vuote e colme di incapacità e dolore, non più solo fisico ma anche emotivo. I giorni passavano e ogni mattina speravo con tutto il cuore di sentirmi meglio una volta in piedi, invece non era così.

Ci vollero due mesi pieni prima che iniziassi a riprendermi, e a poter dire che stavo meglio.

Quei due mesi furono durissimi e, oltre al mio santo marito che non ringrazierò mai abbastanza, ci furono tre persone, tre amiche che mi stettero molto vicino e accolsero quei pianti quotidiani disperati con i quali confidavo loro la mia paura.

Loro venivano a casa mia, mi aiutavano, stiravano, piegavano i panni, preparavano le decorazioni per la festa per il battesimo della piccola o stavano semplicemente lì a chiacchierare, ad ascoltare i miei sfoghi, sempre allegre, sorridenti, accoglienti. Ed io con la pupa in braccio attaccata al seno, spiaggiata sul divano dove trascorrevo la maggior parte della giornata. Evidentemente loro avevano visto che c’era qualcosa che non andava, che sebbene mi fossi innamorata incredibilmente di quella minuscola creatura, ero fisicamente a pezzi e questo, quando vorresti uscire anche solo a fare due passi con la carrozzina, diventa un ostacolo insormontabile.

Tutto ciò per dire che auguro ad ogni neomamma delle amiche così, che non si vantano del loro parto indolore ma che ti raccontano tutte le ferite che ancora si portano dietro, facendoti sentire normale.

E per chi, per un motivo o per l’altro, non potesse contare sulle amicizie, vi sprono a confidarvi con vostro marito, ditegli il più chiaramente possibile – perché con i maschi si sa, bisogna essere chiari – che vi fa stare tanto male quando i parenti vi prendono dalle braccia il vostro bimbo. E no, non è perché siete gelose né possessive, è perché siete diventate mamme. Fino a poco prima avete tenuto dentro la vostra pancia quella stessa creatura che ora tenete stretta sul vostro petto. Ci vuole tempo e delicatezza da parte di chi circonda la diade.
E grazie a voi, amiche delle mamme appena nate, che portate gelati, spensieratezza, risate, e che sollevate l’umore di quelle donne che ancora purtroppo stanno vivendo il travaglio, chi fisico e chi psicologico, e hanno bisogno di una, due o tre mani che accarezzano forte la loro schiena per aiutarle a superare quell’ondata di dolore.

social media per cattolici

Piccolo manuale per apologetica social – 7 consigli

Chiacchierare è facile.

Sparlare o dare giudizi è facilissimo. Dialogare meno. Dialogare è la cosa più difficile perché richiede mettersi in gioco, e a nessuno piace mettere in discussione le sue idee e poi richiede calma, necessita di interlocutori disponibili, aperti e calmi almeno quanto te (…e allora siamo a posto direi). Insomma non sono brava nel dialogare, soprattutto quando si toccano temi scottanti e che mi stanno a cuore. Ma è proprio lì che dovremmo dare invece il meglio di noi. Oppure tacere. Magari pregare. Sono sempre opzioni. Perché se anche avessimo in mano la verità assoluta (e per fortuna Dio non ha dato questo fardello a nessuno di noi!) se la difendiamo con un atteggiamento sbagliato purtroppo abbiamo sbagliato tutto. Era meglio tacere. Perché la testimonianza più grande siamo sempre noi. È come lo diciamo più che cosa diciamo. Questo vale anche sui social. Dove mi parte letteralmene l’embolo a leggere un post su tre, ma dove dialogare è ancora più difficile ed essere fraintesi è facilissimo. Allora ecco qualche consiglio per chi come me non può fare a meno di dire la sua anche su Facebook!

1. Sei proprio sicura di non poter fare a meno?!

Ricordiamoci che Fb è fatto soprattutto per fare marketing e i post delle aziende hanno un solo scopo: far parlare. Quindi, se critichiamo il post di qualche azienda infarcito di qualche ideologia che non condividiamo, ricordiamo che nel bene o nel male , anche se vogliamo criticarlo, stiamo facendo un po’ il loro gioco. Stiamo comunque contribuendo a dare visibilità, che al di là delle idee, è l’obiettivo finale delle aziende. Questo, giusto per chiarire il meccanismo che sta dietro ai social. Attenzione a non combattere i mulini a vento. Meglio a volte dare una buona notizia che criticarne una cattiva.

2. Se non vuoi ascoltare le opinioni degli altri, comprati un diario segreto.

Fb è un social. È pubblico e per quanto puoi modificare la privacy o cancellare dagli amici tutti quelli che non hanno le tue stesse idee, devi sapere che al clic del tasto “pubblica”, dovrai essere pronto a rispondere. Che ti piaccia o no. (E vedremo qualche consiglio più avanti). Sui social tutti, ma proprio tutti, sono “leoni da tastiera”. Tutti si sentono in diritto di commentare, giudicare, o dire la loro perché c’è quello schermo dietro al quale ci nascondiamo e che ci rende tutti più saggi e coraggiosi e spesso anche più spavaldi. Ognuno ha diritto ad avere una opinione, ma spesso su Fb i commenti diventano saccenti, a volte si dimentica l’educazione, e a volte scrivere non è come parlare. Un tono di voce lo interpreto, ma quando è scritto posso solo immaginarlo e allora si accende il dibattito, si diventa proprio cattivi e acidi. Non chiediamoci perché la gente non ha niente altro da fare che commentare quello che scriviamo noi, chiediamoci invece: ho voglia, tempo e abbastanza sangue freddo per sostenere un dialogo? Altrimenti il caro vecchio diario segreto è li che aspetta di ascoltarci senza giudicare dall’ultimo racconto della cotta per il tipo di terza media.

3. Attenzione a provocare.

Quando scrivete il testo del post attenti a come lo scrivete. Ad esempio non mettete troppe domande, frecciatine velate a chi la pensa o fa diversamente perché così ve li andate proprio a chiamare uno per uno! Dite la vostra, non giudicate gli altri (eh si, credo che esistano anche i peccati digitali!) e soprattutto…siate furbi! Non innescatevi la bomba da soli. Tranquilli, partirà comunque da sola.

4. Respirate. Respirate. Respirate. Aspettate almeno 15 minuti.

E respirate. Tutto questo per dire: calma. Non fatevi partire l’embolo alla “ma tu guarda questo viene e scrivermi tutto baldanzoso e se ci vediamo in giro manco mi saluta”. Vale la regola del diario segreto. Non sarò comprensiva perché siete su Fb. Queste sono le regole del gioco. Accettatele anzi, prima imparate e conviverci, prima (e meglio) imparerete a gestire i dialoghi in rete. Quindi, se un commento vi ha fatto sclerare, aspettate di calmarvi prima di rispondere. Le risposte di getto sono sempre le peggiori: di solito sono troppo emotive ed arrabbiate.

Invece noi siamo qui per dialogare. Per dare risalto a un tema che ci sta a cuore, per far venire qualche dubbio a qualcuno magari. Non per sentirci dire bravi da chi la pensa come noi. (Se lo fate per questo sono sicura che basta dirlo alla mamma e troverete sempre tutto il supporto che cercate, anche per salvare le scimmie culo rosso del Mohabi).

Nessuno cambia idea per un post su Facebook, ma qualche spunto o qualche dubbio o semplicemente l’esempio di come i cattolici sono persone normali con cui si può avere un dialogo (non bigottoni che parlano solo tra loro) potete darlo.

5. Captatio benevolentiae.

E qui Catone docet. Anche al commento più provocatorio ricordatevi di rispondere con gentilezza. Cominciate sempre con “ciao Maria, capisco la tua opinione/ capisco il tuo punto di vista/concordo con te su questo…”: mettetevi nei panni degli altri, cercate, se c’è, un punto in comune e partite da quello oppure fate capire che state ascoltando, che comprendete (mica condividete, ma che state ascoltando davvero). Questo smorza i toni. Sentirsi ascoltati abbassa il livello di guardia (e di cattiveria).

6. Fatela breve e, possibilmente, ironica.

Se non avete voglia di iniziare un dibattito dovreste prima rivedere il punto 2. In ogni caso, se la conversazione va troppo per le lunghe o comunque non avete proprio voglia, chiudetela sempre con gentilezza: “ciao Francesco, capisco quello che dici, ma proprio non riesco a vederla così/mi spiace ma la vedo diversamente”. Insomma cercate un modo carino per chiudere la cosa senza polemiche e restando rispettose.

Se poi riuscite a farlo con ironia, anche meglio, è sempre bello chiudere con un sorriso anche se in questi casi non è facile!

7. Restate umili.

Non dovete dimostrare niente. Non è una guerra. Non ne va della pace nel mondo. Quindi se avete sbagliato, se siete stati irruenti, se avete offeso, se avete dato informazioni sbagliate chiedete scusa.

la bibbia in amore

La #BibbiaInAmore per single

Prima di tutto va fatta una premessa:

l’intero articolo si è autodistrutto non appena avevo finito di scriverlo (complice la mia sdattaggine tecnologica). Poi non venitemi a dire che l’amore non fa male (dose di sano cinismo da single, o, come direbbe mia sorella, sto davvero diventando una zitella acida).

Ecco a voi la #BibbiaInAmore, ovvero come sopravvivere all’estate con l’ormone free: tutte le cose che ho imparato in anni di relazioni difficili (e sono gentile), amiche fortunate con ragazzi favolosi, cerebro-lessi a volontà, il tutto servito con condimento di riflessioni, consigli per gli acquisti e perle di saggezza popolare.

E se uno di questi lo avete incontrato almeno una volta nella vostra vita amorosa, anche se ora avete trovato quello giusto, siete felici, sposate con figli eccetera, eccetera, potrei comunque strapparvi un sorriso (e ricordarvi quanto siete fortunate!).

  • L’ amore che parte a bomba muore nella tomba. Sempre.
  • Non avvicinarsi mai a ragazzi impegnati, smessaggianti con ragazze ma “niente di serio eh”, fidanzati, appena usciti da una relazione di 1000 anni, attualmente in relazioni complicate, attualmente in periodi della loro vita “troppo impegnato per pensare ad altro”, con cuccioli di vario genere e forma, con barba e occhiali hipster, con la macchina tirata a lucido che “usa le salviettine prima di toccare la portiera in pelle”.
  • Per quelle che osano pensare o parlare con uomini sposati si consiglia lettura del girone dantesco, giusto per farsi un’idea eh.
  • Le coppie attualmente in attività di opposti che si attraggono sono riportate per ordine alfabetico nel Guinness World Record, ma non riesco a trovare la pagina.
  • La gelosia in amore è inutile e fa schifo. Come l’egoismo, l’orgoglio, l’egocentrismo e le caccole (per recidivi e poco convinti si rimanda a alla lettera ai Corinti di tale Paolo).
  • Per tutte quelle che non sono masochiste o autolesioniste, state alla larga dai traditori. A meno che non siate Gesù. E anche lì ricordo che la faccenda fu complicata.
  • La pausa di riflessione ha sempre un nome e un cognome. E non è il tuo. Fine.
  • Il fatto che non ti scrive ha sempre un nome e un cognome. Come immaginerai dal punto sopra: non è il tuo manco sta volta. Fine.
  • A tutte le crocerossine che stanno leggendo questo post ricordiamo che possono gettare nel dimenticatoio la cassettina del pronto soccorso: per tutti quelli che ne hanno bisogno, ci sono psicologi e psichiatri e tante volte non bastano manco quelli.
  • Non cercate di trasformare ragazzi bulli e cafoni: non diventano mai Dear John se non in un colossal americano.
  • Non adottate bellissimi cuccioli con l’intelligenza di un pesce rosso: ricordatevi che poi vi ritroverete senza cucciolo e col solo pesce rosso. Ops.
  • La verità del bello e dannato è che a noi ce piace solo ‘na cosa: che è bello.
  • Se ti guarda come se ti aspettasse da sempre e ti tiene con la paura di non doverti vedere mai più: ricorda che di solito è un cane ma può essere pure un gatto.
  • Se lo devi lasciare ma è troppo bello, non puoi fare nient’altro che pensarlo da vecchio (a tutte le unità attenzione non utilizzare il metodo con Sean Connery, RIPETO NON UTILIZZARE con Sean Connery! #SeanNonèMioNonno #1gioia)
  • Se l’unica nota positiva è che ti tratta come una top model ricordati che non ti trasformerai in Angelina Jolie. Molla la passerella e cerca il tuo Brad Pitt. Ah, alla fine si sono lasciati anche loro. La vita da top model non faceva per me in ogni caso: alle patatine fritte non rinuncio. Loro sì che mi amano sempre e  fanno poche domande!
  • Se il tempo che vi dedica è riassumibile in “via con vento”, ci teniamo a ricordarvi che il finale faceva schifo.

La verità è che l’amore è una fortuna per pochi: non si cerca, non si conquista, non si caccia, non arriva schioccando le dita o infilando tubino e tacco a spilli.

È un dono, e non puoi decidere che oggi arriverà.

La felicità ha una ricetta perfetta: chiedere il dono al Principale, fare una bella novena con un po’ di smancerie a caduta libera, un po’ di Vangelo riequilibrante, un’amica fidata e quel viaggio alle Bahamas che sogni da una vita.

Saremo pure single (ancora), ma quando hai il sole dentro, è Lui a farti risplendere!

Quello che avrei voluto sapere – vita da neo mamme

Mi rivolgo a voi, neo mamme o femmine col pancione.

Avete presente quel piccoletto che vi cresce dentro o che avete da poco partorito? Focalizzate questo: la vostra vita sta per cambiare totalmente! Sì, probabilmente l’avete intuito o ve lo hanno detto in molte, ma sicuramente non lo avete compreso del tutto. Sarete letteralmente travolte da quel fagottino meraviglioso e piagnone!

Per darvi una mano ecco alcuni consigli testati sulla pelle di chi scrive, non quelli che trovate su Donna Moderna, bensì consigli veri, concreti e spero utili.

1. Il primo periodo (1-2 mesi) è duro, anzi durissimo.

Per chi non nasce dotata di un pavimento pelvico super elastico le settimane successive al parto possono essere davvero molto dolorose e difficili. Niente paura! Tutto passa. Solo sappiate che ci vuole tempo. Non uno o due giorni ma mesi. Non importa se la vostra migliore amica che ha partorito circa nel vostro stesso periodo è già a spasso, truccata, abbronzata e col look alla moda, ed è trascorsa solo una settimana da quando il bimbo che ora dorme beato dentro l’Inglesina nuova e splendente ha attraversato il canale del parto! Non guardatela. E non fate paragoni. Non serve a voi, perché tanto il dolore e i fastidi ve li tenete lo stesso, e infine non potete sapere se lei prova i vostri stessi dolori ma è la sorella segreta di Chiara Ferragni e pur di apparire fresca come un fiore si è imbottita di tachipirine.

2. Purtroppo non tutte abbiamo mamme, suocere, sorelle o zie disponibili a venirci a pulire casa, passare lo straccio, stirare i panni o lavare i piatti.

Beh, forza e coraggio! Non importa, si fa quello che si può, come si può, quando si può e…se si può! Se non si può non si può!

3. Avrete letto su Internet o nei vari gruppi Facebook “dovete dormire quando il bimbo dorme” e, contemporaneamente, “fate le faccende domestiche mentre il bimbo dorme”.

Allora, o dormo o faccio le faccende. Se avete bisogno di dormire, dormite! Primo perché rimandare il riposo per una donna che allatta e che di norma dorme poco non è cosa buona. Secondo perché diciamocelo, dormire accoccolate al vostro bimbo è una grande gioia, vi fa bene al cuore e vi aiuta a superare, o almeno ad anestetizzare, gran parte dei dolori, delle crisi e delle incertezze di cui questo primo periodo è costellato.

4. Il papà è un bene prezioso: chiedetegli l’aiuto di cui avete bisogno.

Vi darà sollievo e lo farete sentire parte di quella relazione madre-bimbo che specialmente nei primissimi mesi è quasi esclusiva. Noi siamo donne con la D maiuscola, crediamo nei ruoli e vogliamo uomini virili! Ma vi assicuro che incoraggiare un marito a cambiare il pannolino a vostro figlio non gli toglie per niente la sua virilità, anzi.

5. Vi sembrerà che il mondo fuori scorre e voi vivete dentro una bolla, sarete disinteressate a molte cose che prima invece seguivate.

Tranquille, è tutto normale, va tutto bene. Questo è il tempo della cura. Amare e accudire il vostro bambino vi darà tanta gioia. È una gioia diversa da tutte quelle che avete vissuto finora. Essere mamme è mettersi totalmente a disposizione di un’altra creatura e donare tutte noi stesse: il nostro tempo, le nostre energie, i nostri spazi. Ma vi assicuro, fidatevi, quando vostro figlio vi guarderà e farà un grande sorriso verrete ripagate di tutti i sacrifici.

6. Il primo a mettervi alla prova non sarà il vostro tenero bambino piangente e rigurgitante.

Il primo sarà il vostro prossimo, proprio il più prossimo: la mamma, la suocera, la zia, l’amica con figli, l’amica senza figli, la dolce vecchietta al supermercato, la passante. Tutti vorranno darvi consigli non richiesti e che puntualmente sono contrari al modo in cui avete deciso, insieme a vostro marito, di crescere vostro figlio. Bene, qui le cose sono due: o ignorate questi benefattori, o rispondete ai loro sproloqui tentando di essere gentili! Non avete scampo, ci saranno sempre persone che vorranno dirvi come fare le madri, che vi chiederanno “L’hai preso prima di uscire un giubbino per la piccola?”, “No non l’ho preso così se fa freddo si ammala e io sono contenta”. Non lamentatevi, non irritatevi, siate ferme nei vostri intenti ma sempre dolci e gentili, ci guadagnerete in serenità, non vi verranno le rughe e, per chi ha sempre lo sguardo rivolto verso l’Alto, ci guadagnerete un pezzettino di paradiso. Sì lo so, ma perché non le dai il ciuccio così non ti sta sempre attaccata? Guarda che se non la fai piangere un pó prende il vizio. Dalle un pó di camomilla/acqua/ birra/vino invece che solo il latte, no? Se la prendi sempre in braccio la vizi e non vorrà stare mai giù! Questi e altri mille consigli terrificanti e non richiesti vi verranno dati quotidianamente. Invece di farvi il sangue cattivo e arrabbiarvi, siate sorridenti, annuite e poi…continuate a fare ciò che stavate facendo!

E ora…che la pazienza sia con voi! Ricordatevi che tutto passa, ciò che ora vi sembra insormontabile tra qualche mese non lo ricorderete neanche, mentre ogni piccolo sacrificio fatto per amore del vostro piccoletto lo renderà felice e sicuro del suo posto nel mondo, lì accanto a voi!

 

NB: l’immagine utilizzata non è ovviamente di nostra proprietà, ma la tazza l’abbiamo scovata su questo shop di Etsy!

 

uteri sulle tshirt

Di uteri e t-shirt

Non ho mai pensato che la moda sia una cosa frivola.

Tanto meno stupida. Ho sempre creduto che da come ti vesti si capiscano tante cose di te.

Se si dice che l’abito non fa il monaco, credo sia perché lo faccia davvero.

Che ci piaccia o no, i nostri abiti e come ci presentiamo danno un’immagine di noi. Poi può essere sbagliata, esagerata, disattesa da una bella conversazione, ma questo, le persone che ti incrociano camminando per strada, non possono saperlo. Nessuno sa in cosa credi, per cosa ti batti, se sei simpatica o ti piace il gelato banana e cioccolato. A meno che non sia scritto a caratteri cubitali sulla t shirt che indossi. Quella la sanno leggere tutti. Ecco perché sto pensando seriamente di comprarne una con scritto “solo pizza margherita con mozzarella di bufala e pezzi di salsiccia. Niente foglie di basilico”: mi risparmierebbe un sacco di spiegazioni il sabato sera!

Quello con cui proprio non andrei in giro invece è una t-shirt con stampata sopra la mia vagina.

Oppure quelle magliette con i copri capezzoli alla burlesque o addirittura le tette ricamate. Non ritengo davvero una grande trovata decorare con un utero vuoto un abito da sera come è successo sulle ultime passerelle. E non perché sia solo una bacchettona cattolica pudica (anche se credo fermamente che il pudore non passi mai di moda e far vedere a tutti le mie intime grazie non sia emancipazione e liberazione quanto piuttosto svalutare quanto di più prezioso ho, la mia intimità), quanto perché non credo ci avvicini minimamente a quello che vorremmo ottenere (ammesso poi che sia quello che ci serve davvero).

L’industria del fashion ultimamente si prodiga molto per questa cosa dell’emancipazione (non in nome delle vendite e per cavalcare l’onda femminista, sia chiaro) dell’aumentare la consapevolezza delle donne sui diritti che potrebbero avere e non hanno, sull’uguaglianza di genere, la libertà dai taboo che ci opprimono da sempre. Tutto bellissimo e giusto. Lo fa, appunto a suon di stampe e ricami di vagine, tette e compagnia: che classe, direi. Ma a parte questa, che può essere una considerazione dettata dal (dis)gusto personale, non capisco come indossare certa roba dovrebbe attestare al mondo la mia emancipazione.

Questo urlo di protesta mi sembra più un ricordare a tutti quanti solo una cosa: siamo solo delle vagine.

L’unica cosa che ci definisce è il nostro corpo, anzi, peggio, proprio quella parte lì. E se le prime a dirlo a tutti siamo proprio noi, le donne, quelle che indossano queste t-shirt rivoluzionarie, non è che lasciamo agli altri tanto margine di interpretazione.

Questa cosa ha del ridicolo: chiediamo rispetto, svendendo la nostra femminilità, la cosa più preziosa che abbiamo.

Chiediamo considerazione, quando siamo noi per prime a rendere ridicola la nostra essenza.

Giochiamo con la nostra vagina, e perché gli altri non dovrebbero farlo?

Perché dovrebbero considerarci qualcosa di più che due tette e un utero vuoto (o peggio da svuotare come si fa col secchio della spazzatura?).

Perché glielo lasciamo credere, donne? Come ha fatto questa società a renderci schiave di noi stesse? A farci barattare la cosa più preziosa che abbiamo, il nostro corpo, che ci ricorda la nostra missione che no, non è diventare madri, è dire sì, è portare la vita dove c’è bisogno di noi. Quella vagina che tanto ostentiamo ce lo ricorda, certo, ma non è lei a definirci.

La vera rivoluzione sarebbe riprendercelo questo corpo, ma davvero. Smettere di credere che siamo solo quello che facciamo vedere ad esempio, che siano le gambe o le tette. Smettere di basare la nostra sicurezza, la nostra definizione di donne, sul nostro aspetto esteriore. Quello che ci è stato dato è solo un corpo vuoto, se non lo riempiamo di altro, se non lo mettiamo a servizio della nostra missione.

Questo mi chiedo, quando vedo quelle t shirt. E penso che a furia di lottare per i nostri fantomatici diritti, abbiamo perso un po’ di vista il senso della battaglia (…e forse, ma dico forse, anche un po’ di dignità) e ci siamo dimenticate per cosa (e per chi) stavamo lottando davvero.

Luce nel tunnel – Storie di mamme

cose di lassùDue anni fa ero seduta col mio fidanzato in mezzo ad altre coppie in una sala del Duomo della mia città. Il corso prematrimoniale. Era la sera della testimonianza. Chissà chi verrà, chissà cosa ci racconterà. Siete arrivati voi, due giovani ragazzi, simpatici e di bell’aspetto. Mah, pensai, ci diranno quant’è bello il matrimonio e bla bla bla. E invece iniziate a parlare, vi presentate e ci dite che avete tre figli. Drizzai le orecchie, una coppia così giovane con già tre figli.

Proseguite…e sbam. Ricordo ancora le emozioni di quella serata: mi sono commossa per la vostra forza, ho avuto paura perché ho compreso che quello che era successo a voi poteva capitare a chiunque, nessuno escluso. Infine, mi sono sentita grata di conoscere l’unica strada che salva dalla disperazione, la fede, e di trovarmi lì proprio per prepararmi a ricevere un sacramento che mi avrebbe potuto salvare la vita in futuro nei momenti di crisi.

Bene, volete raccontarci la vostra storia?

La nostra storia è una storia come tante, credo. Due ragazzi che si incontrano, si conoscono, pian piano si scoprono innamorati e decidono di sposarsi.

Quello che ci ha accomunato fin da subito è stata la voglia di parlare, di aprirci l’uno all’altro, di entrare in un’intimità fatta di delicatezza e tanto rispetto.

E poi la fede, quella è stata forte fin da subito. Pregavamo insieme spesso e quindi, dopo meno di tre anni, sposarci in Chiesa per noi è stato un passo ovvio, dato per naturale. Dopo meno di due anni è nato il primo figlio e poi, dopo diciassette mesi esatti, un altro. Mio marito ha sempre lavorato molto,un lavoro in proprio da libero professionista di notevole responsabilità. Io, trasferita da un’altra città, mi ero licenziata da un’azienda dove non mi trovavo bene e dopo una piccola parentesi in banca, quando il primo bimbo aveva due mesi mi sono iscritta all’università per prendere la seconda laurea e coronare uno dei miei sogni…diventare insegnante. Quando è arrivato il secondo figlio mi sono spaventata seriamente: da sola la maggior parte del giorno, con due bimbi così piccoli e una laurea da prendere entro breve, pena non poter prendere l’abilitazione all’insegnamento!

Tanta roba! Il primo banco di prova del nostro matrimonio è stato decidere di passare 7 mesi a casa dei miei, vicina alla mia università, per potermi permettere di continuare a studiare ed essere aiutata da mia mamma con i cuccioli. Lì è stata dura. Ci siamo visti pochissimo, non avevamo la nostra intimità, i nostri ritmi, eravamo stremati dalla fatica di tutti i nostri impegni. Eppure qualcosa di più grande di me e di lui ci ha spinti ad andare avanti…ci siamo parlati tanto, abbiamo pregato e abbiamo deciso di ritornare a casa nostra e provare ad affrontare tutto quanto da soli.

Ce l’abbiamo fatta, i piccoli sono cresciuti, io ho preso l’abilitazione, sono entrata nella fatidica graduatoria ad esaurimento e ho iniziato subito a lavorare come maestra di scuola primaria con supplenze lunghe l’intero anno scolastico. Mio marito invece sempre super impegnato e spesso fuori casa per intere

giornate, a volte settimane. Vedeva i figli molto poco e di questo se ne rammaricava, ma il tempo è passato e siamo arrivati al 2010, anno in cui il primo bimbo ha compiuto 6 anni e io ho dovuto accettare una supplenza complicata, non vicinissima a casa. Non so se siano state le contingenze, o la stanchezza, o come più tardi mi ha detto la psicologa che mi ha aiutata, averlo avuto scritto nel DNA…fatto sta che sono crollata. Per stare sul pezzo ho cominciato a dimagrire molto,saltavo i pasti, andavo sempre di corsa. Con il deperimento fisico, ho iniziato anche ad andare giù di umore, fino a che ho cominciato a subire una vera e

propria crisi esistenziale. E quando inizi a mettere tutto in discussione…la prima cosa che va in discussione è il rapporto che hai con il tuo partner….è stato bruttissimo…perché non avevo voglia nemmeno di litigare, ma gli rinfacciavo cose che non avevo mai tirato fuori prima e lui non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Ha capito solo che stavo molto male e che non lo riconoscevo più. Mi ha pregata di farmi aiutare, ma in un primo momento non gli ho dato retta…pensavo che sarebbe stato solo un periodo, ma sentivo sempre più forte il desiderio di stargli lontano. Proprio lui che era sempre stata la persona che più mi aveva capita.

Era come se avessi alzato un muro e dall’altra parte mi stessi facendo in mille pezzi da sola. Questo è stato il nostro terzo momento di prova, quello più forte.

Mi sono dimenticata di dire che poco dopo essere tornati a casa dal soggiorno dai miei genitori, l’azienda di mio marito è stata alluvionata e lui ha rischiato di chiuderla per sempre. Ma tornando alla mia crisi, durante l’estate del 2011 ci trasferiamo nella casa al mare come tutti gli anni, sperando che un po’ di mare e di sole con i miei bambini mi avrebbe ridato un minimo di energia. Quante volte mio marito ha provato ad avvicinarsi a me, a parlarmi…ma il dialogo era finito e sembravamo sull’orlo della separazione. Lui continuava a ripetermi che se ne sarebbe andato solo se glielo avessi chiesto espressamente.

Non mi avrebbe mai abbandonata in quello stato.

Ora che è passato tanto tempo e siamo persone diverse, una coppia diversa, ripenso a lui in quel momento e vorrei abbracciarlo forte, la me stessa di adesso vorrebbe abbracciarlo forte e dirgli che stava facendo la cosa giusta, anche se si sentiva morire dentro.

Io non l’ho mai mandato via e una sera, sul balcone della mia casa al mare, al quarto piano, mi è venuta voglia di farla finita…un attimo e via, tutta la mia sofferenza andata…finalmente la pace. Poi ho guardato di fronte a me, la basilica di Loreto e l’attimo è stato diverso.

Ho girato la testa e ho visto mio marito apparire sul balcone dalla finestra. Erano mesi che non pregavamo insieme e in quell’attimo, con le lacrime agli occhi,gli ho chiesto di dire una preghiera a Maria con me. E’ stato l’inizio della risalita. Precedentemente avevo provato ad andare da una psicologa che aveva

peggiorato solo le cose…spingendoci ancora più distanti l’una dall’altro. Il giorno dopo aver pregato la Madonna, confido i miei problemi alla mia carissima zia,mia testimone di nozze. Lei mi dà il contatto di un’altra psicologa, che lei sapeva essere molto brava. Lì per lì non avevo voglia di andare, ma mi sono fatta forza.

Mi ricordo le sue parole alla prima seduta, quando le ho subito detto che vedevo la separazione come unica soluzione per poter smettere di soffrire e liberare mio marito da questo strazio. Lei mi disse che non sarebbe assolutamente stata l’unica alternativa, che anzi mi prometteva che sarei uscita di lì alla fine

della terapia non guarita ma felice. Io non so se l’ho creduta pazza o presuntuosa, ma mi sono fidata. Mi ha dato solo un consiglio quel giorno, di permettere a mio marito di aiutarmi, perché un altro, trattato come lo avevo trattato io, mi avrebbe mandata a quel paese. Se invece lui era rimasto era perché mi amava e

perché il Noi era più forte delle nostre debolezze di singoli individui.

Continuando la terapia, con molto dolore, ho poi scoperto che tutti i miei problemi non c’entravano nulla con il mio matrimonio, risalivano alla mia infanzia ed erano così profondi e inconsci che solo il mio essere madre li aveva fatti venire prepotentemente alla luce. Assurdo come una cosa bella come quella di diventare madre ti possa sconvolgere e porti tutti i nodi al pettine, tutti i nodi di te bambina tenuti chiusi stretti dentro di te.

Con tanta pazienza abbiamo ricucito il nostro rapporto. Tante lacrime, tante parole…ricordo ancora il primo abbraccio che ci siamo scambiati tre mesi circa dopo quella preghiera sul balcone. Lì ho capito che le nostre anime si erano riconosciute tanto tempo prima, quando ci eravamo innamorati.

Solo lui poteva starmi vicino in quel momento, solo lui mi poteva capire, solo lui poteva vedere dietro quella patina opaca e quel muro freddo che avevo eretto.

E piano piano quel muro si è sgretolato, abbiamo ricominciato a pregare insieme, siamo stati a Loreto a ringraziare…io sono guarita.

E per l’anniversario dei nostri dieci anni insieme, 10 mesi dopo l’inizio della terapia, siamo stati ad Assisi a rinnovare le promesse accanto ai nostri figli, come unici testimoni. Ah perché non vi ho detto che io e mio marito proprio ad Assisi ci siamo conosciuti e San Francesco ci ha sempre  in un certo modo guidati lungo questo percorso insieme.

Beh tutto il resto è storia, è venuto un altro bimbo, voluto da tutti e due, che ora ha quattro anni ed è una gran peste e stiamo per cambiare casa, perché qui non ci entriamo più.

La nostra è una famiglia rock, e la nostra fede è molto vivace. Ma c’è, c’è sempre e l’unico consiglio che ci sentiamo di dare a chi sta passando una crisi matrimoniale è quella di parlarsi guardandosi negli occhi anche quando non ci si riesce e cercare dietro quelli dell’altro la persona che quel giorno ci ha messo un anello al dito e si è buttata in questa avventura.

Non siete soli! Siete in tre, come quel giorno eravate in tre, voi e Lui che vi ha voluti insieme e non vi abbandonerà mai.

Quando ci siamo sposati, Dio ha benedetto la nostra unione per non lasciarci mai soli e per ricordarci che abbiamo fatto questo passo per aiutarci a camminare insieme verso la Luce, verso di Lui!

Conversione di birra! – Storie di papà

cose di lassùUna volta mi hanno detto che il Signore percorre strade inimmaginabili per venire a noi.

Egli può servirsi di passioni, di hobby, di interessi a noi cari per portare a compimento il progetto che ha per noi.

Sta a noi poi accogliere questi “indizi”, e non farsi sfuggire il treno che passa.

La mia è una storia di “riconversione” come la chiamo io, in quanto ho sempre creduto, e fin da piccolo sono cresciuto con valori Cattolici, frequentando il Catechismo e la Parrocchia.

Poi però crescendo, come di frequente, ci si allontana da quel mondo. Vuoi per ribellione a qualsiasi tipo di autorità, vuoi per mancanza di un vero e proprio percorso dopo Cresima in quasi la totalità delle Parrocchie purtroppo.

Poi diciamo la verità, crescendo in mezzo a molte realtà diverse, ci si vergogna un po’ di pregare o di credere in Dio. Man mano che si cresce lo si fa sempre più di nascosto, in cameretta, alla sera prima di andare a dormire o prima di un esame. O magari per chiedere al Signore di risolvere quel problema che tanto ci affligge.

La mia “fiammella pilota” di fede è stata sempre viva, accesa dentro di me. Ma molte sono state le deviazioni al percorso. E altrettante le volte che cadendo mi rivolgevo al Signore, in maniera abbastanza superficiale, affinché mi facesse superare quel brutto momento. Una volta passato il problema, tutto ritornava alla normalità e il Signore lo si metteva in cantina.

Per molti anni la mia fede si è basata su questo rapporto a richiesta con Dio, e sulle preghiere serali, quasi a pulirsi un po’ la coscienza.

Niente Messe, se non nelle occasioni di festa. Niente Confessioni e quindi Comunioni. La mia vita scorreva velocemente riempita da passioni momentanee e divertimenti con gli amici. Ma, silenziosamente dentro di me si stava facendo largo un vuoto. Questo buco nero stava erodendo sempre di più il mio benessere, e più si ingrandiva e più dovevo ingegnarmi per riempirlo. Ad un certo punto non ce l’ho fatta più, mi sentivo soffocare, niente mi dava più la felicità che cercavo. Stavo male, sono iniziate ansie e attacchi di panico.

Ho una sfrenata passione per la Baviera, la sua cultura, le sue tradizioni e ovviamente la sua birra.

Facendo un viaggio con degli amici, in Baviera appunto, abbiamo visitato Altötting, paese natale del Papa Emerito Benedetto XVI. In un negozio di ricordini, avevo visto un Rosario di legno, molto semplice, e avevo pensato di regalarlo ad un amico devoto e molto affezionato alla figura di Benedetto.

Finita la vacanza, quel rosario è rimasto in auto per un po’, nell’attesa di essere consegnato.

Ma poi, giorno dopo giorno presi a recitare il rosario con quella corona che avevo comprato in Germania.

Non lo diedi più al mio amico, e me lo tenni per me. Non mi chiedete perché e come abbia iniziato questa devozione, perché sinceramente non lo saprei neanche spiegare.

Non trovavo soluzione ai miei tormenti e in quel rosario probabilmente ho visto la luce, ho visto una speranza, l’ultima che mi restava.

Per più di un anno ho recitato il rosario praticamente ogni giorno, continuando però a non andare alla messa, e a fare una vita diversa da prima.

Il giorno dell’anniversario della morte di mio padre, sono andato alla messa e mi sono accadute due cose abbastanza sconcertanti ma allo stesso tempo direi miracolose.

La mia futura moglie era lì, davanti ai miei occhi. E’ come se dentro di me fossi già sicuro di quello che sarebbe successo.

Quando sei sul ciglio del burrone e qualcuno ti dà una spinta, non puoi far altro che buttarti. A me la spinta l’hanno data bella grossa. Uscito dalla messa inoltre ho sentito come un enorme calore dentro di me, come una dolce carezza che mi riempiva il cuore. Da quel giorno, non avrei potuto più fare a meno della Santa Messa. Avevo questo bisogno di stare con il Signore che prevalicava ogni altro pensiero.

Di lì a poco uscì con la mia futura moglie e iniziammo un percorso insieme che ci portò al matrimonio.

La mia storia di “riconversione” è passata attraverso la birra, sembrerà strano, se non fosse stata questa mia passione probabilmente tutto questo non sarebbe successo. Magari il Signore avrebbe trovato altre vie, o magari no. Magari mi erano già passati affianco molti treni e io li avevo puntualmente persi.

Ma soprattutto sono tornato a Dio per merito della Croce. Quante volte non capivo quando il sacerdote di turno diceva che bisogna soffrire, bisogna portare con umiltà la propria croce per stare vicini a Dio.

Gesù ha dato la sua vita per noi. A ognuno di noi è chiesto di portare la nostra piccola croce che ci fa stare con i piedi per terra. Ci dona umiltà e ci avvicina alla sue sofferenze.

Non esiste salvezza senza sofferenza.

Mi ritengo molto fortunato perché non tutti hanno la possibilità di fare queste grosse esperienze di fede che ti danno la forza di credere. Sono consapevole che ho ricevuto molto da Dio e molto quindi mi sarà chiesto.

I problemi di tutti i giorni rimangono, ma la consapevolezza di avere chi veglia su di noi mi fa stare decisamente più sereno e affrontare le difficoltà con più determinazione, senza disperare mai.

Ho accettato la mia croce. Mi ha reso una persona migliore e ha fatto di me un padre realizzato e amato.

Mamme da domenica

Le mamme da domenica

sono quelle che si alzano con la sveglia pensando che oggi preparano la borsa e la prole almeno mezz’ora prima della scorsa domenica, così forse questa volta, nonostante l’emergenza pannolino appena infilato il cappotto o quella del peluche che ti fa tornare indietro a cinque minuti dalla chiesa o il “mamma io pure rossetto!” che termina puntualmente con la camicia di mamma macchiata e l’outfit da rifare (come se fosse stato facile pianificarne uno!), forse, questa volta, arriveranno al suono della campanella del chierichetto o al massimo alla prima lettura.

Le mamme da domenica hanno una borsa più grande di quella che avevano per andare al liceo quando avevano 6 materie in 6 ore che contiene tutto quello che serve per far svagare senza far troppo rumore almeno 17 bambini, ma manca e mancherà sempre quell’unica cosa che serve per far giocare giusto 30 minuti (o almeno quei cinque minuti di consacrazione e silenzio totale) un solo bambino: il loro.

Le mamme da domenica fanno sempre un bel respiro profondo prima di entrare in chiesa perché in pochi luoghi come quello serve tutto il loro self control e pregano gia dal parcheggio che oggi sia una di quelle giornate buone. Si mettono in fondo, fa niente se non ci sono sedie, tanto a chi servono?!

Le mamme da domenica vorrebbero mettersi la gonna per andare a messa, ma sanno che le calze saranno smagliate dal duenne che vuole essere preso in braccio e gli attanaglia dolcemente le gambe. E poi, per stare sempre piegate a raccogliere giochi di qua e figli di la’, mettersi sedute sui gradini degli altari laterali per giocare sottovoce con chi è alto sotto il metro e di sedersi composto sulla panca non vuole saperne, il jeans è decisamente piu pratico e composto. Per non parlare della tuta, ma non cedono quasi mai alla tentazione!

Le mamme da domenica si chiedono “chi me lo fa fare?” tutte le volte che mentre credevano di potersi distrarre un attimo e ascoltare un pezzettino di predica, cosi, giusto per capire qualcosa del vangelo di oggi, quello che credevano stesse colorando l’album nuovo degli animali, sta facendo murales sulla parete di marmo e graffiti su tutti i libretti del coro. Poi incrociano lo sguardo di altre mamme come loro, alla rincorsa di qualche fuggitivo urlante e in quegli sguardi c’è tutta la comprensione silenziosa e il sollievo del “per fortuna non sono l’unica pazza!”.

Le mamme da domenica entrano e escono, poi entrano ancora e escono di nuovo, ma cercano di beccarla, la comunione, perché sanno che li c’è tutto quello che serve per cominciare una nuova settimana: tutta la pazienza di cui da sole non sono capaci, tutta la forza per fare al meglio il lavoro più difficile del mondo, quello per cui nessuna ha le istruzioni, quello per cui spesso si sentono inadeguate e un po’ perse.

Le mamme da domenica sono felici di vedere lo sguardo delle vecchiette intenerite dalle loro pesti perché sanno che quei monelli dalle guance di velluto possono far riaffiorare ricordi lontani, ma dolci, e per un attimo, anche chi è solo o preso dai suoi acciacchi torna a sorridere.

Ma soprattutto, le mamme da domenica le troverai lì ogni domenica, non solo per loro, ma soprattutto per quelli che ora sembrano piu interessati a mandare in tilt gli interruttori automatici delle candeline nella cappellina. Si, proprio per loro, quelli a cui hanno fatto una promessa a cui non possono venire meno: di crescerli nella fede. Ora e’ solo un segno di croce, un luogo dove giocare, un bacio dato a una statua, ma quella fede crescerà con loro, domenica dopo domenica. Un giorno le corse sulla navata saranno passi incerti per portare le ampolline dell’offertorio e le urla diventeranno canti o preghiere dei fedeli. Un giorno.

Oggi ci sono le mamme da domenica, quelle a volte radiose e truccate, a volte un po’ piu’ stanche e in tuta,

ma che ci sono.

Con la loro fede e quella promessa nel cuore.

E alla fine arrivi tu – Storie di mamme

Quando senti che il dolore è troppo forte, insopportabile, tanto da lacerarti dentro, fermati, fai silenzio.

Quando i pianti diventano interminabili e ti nascondi in camera per non farti vedere in quello stato dal marito, calmati, non sei sola.

Quando ricerchi il senso di tutto questo dolore e l’unica risposta che ti dai è “sarà un castigo divino”, respira a fondo, non sei l’unica a pensarlo.

Io ti capisco, perché ci sono passata, come te. So cosa significa sfoggiare un sorriso forzato di fronte all’amica di turno che ti dice di essere incinta. So cosa si prova a sentirsi soli, quando hai l’impressione che a nessuno importi di come stai veramente. Speri con tutta te stessa che ti venga chiesto “come stai?” per tirar fuori il macigno che hai dentro e invece ti ritrovi a sfogarti con l’estetista, perché si sa con gli estranei è più semplice mostrarsi vulnerabili.

Quando allora ti sembra di non farcela più, quando vedi tutto nero, inginocchiati, prega, invoca la grazia.

Non ti fossilizzare però sul desiderio di aver figli, il Signore sa cosa c’è nel tuo cuore.

Chiedi piuttosto la virtù della pazienza e il dono dell’umiltà così da saper attraversare quella via tortuosa che Lui ti ha posto avanti.

Non fare come me che per troppo tempo ho chiesto la grazia sbagliata.

Non ho certo smesso di pregare per il dono della maternità, d’altronde è Gesù che ci ha detto di essere insistenti come la vedova col giudice ma ho compreso che in quel momento dovevo chiedere altro e che piangersi addosso non serviva a nulla.

Mi sono stancata di star male e non mi piaceva la persona che stavo diventando: invidiosa e sempre triste, così ho reagito.

Ho capito che prima di tutto dovevo chiedere la Grazia di superare la prova e ho iniziato a credere che quella croce avesse un senso. Non sono sicura di aver capito il perché di questa sofferenza ma senza dubbio essa mi ha resa più forte, più devota e vicina a Dio. Essa ha ravvivato in me la fiamma della fede.

Mi sono fidata ed affidata a Dio e con mio marito abbiamo iniziato a pensare al percorso dell’adozione, dato che si può esser madre in tanti modi, non solo biologicamente. Ho preso contatti, scaricato i moduli per avviare le pratiche in attesa del nostro terzo anniversario di matrimonio, il 6   giugno. Invece un altro 6 è entrato improvvisamente a far parte della nostra storia: il  6 marzo, quando sono comparse le tanto desiderate due lineette.

Il tutto quando avevo finalmente accettato la croce, abbracciandola e portandola con mio marito, grazie alla preghiera. Ed eccola li, la grazia, spuntare quando meno te lo aspetti, quando avevo ricominciato a star bene. Sarà perché ti sei rilassata direte voi. Può essere, ma non ne sono convinta. Sono sicura che Dio ha permesso che passassi per quel calvario perché potessi avvicinarmi di più a Lui e per apprezzare maggiormente poi il dono che mi è stato fatto.

Non voglio che questa storia sia letta come l’ennesima di chi alla fine ha ricevuto la grazia. Non è questo il punto. Quello che voglio trasmettere è che nonostante tutto bisogna fidarsi di Dio, è pura convenienza.

Si soffre in questo mondo, le disgrazie capitano e non possiamo farci nulla.

Ma possiamo decidere come affrontarle. Da soli, nella nostra autocommiserazione, nella disperazione e nel pianto oppure con Gesù accanto. Vi assicuro che in quest’ultimo modo tutto diventa più semplice. La fede si può davvero dimostrare un’ancora di salvezza. La preghiera, un potente balsamo in grado di lenire i nostri dolori. E solo nella preghiera, possibilmente fatta assieme al marito, troveremo chi sa veramente ascoltarci, comprenderci e darci la pace: Gesù, l’unico in grado di starci vicino e sostenerci.

Noi e la napro – Intervista ad Agostino e Francesca

Siamo Agostino e Francesca e siamo sposati da circa 5 anni; esattamente un anno fa abbiamo conosciuto il Creighton Model e la Naprotecnologia.

Dopo il primo anno di matrimonio, durante il quale non avevamo avuto figli, abbiamo cominciato a fare i primi esami e accertamenti medici nella nostra città. Dai primi esami (riguardanti possibili infezioni intime, ecografie, isterosalpingografie, biopsia dell’endometrio) non era emersa alcuna patologia o rilevanza medica che potesse indicare qualche possibile disfunzione. Anche Agostino, dopo i primi esami e
un’operazione di varicocele, non presentava alcun problema particolare. I medici, pertanto, ci consigliarono di aspettare, non sapendo spiegare i motivi della nostra infertilità.
Ormai, dopo questo primo periodo di accertamenti, eravamo giunti circa al terzo anno di matrimonio.

Una nostra amica, nel mentre, ci aveva suggerito di frequentare un corso riguardante i cosiddetti “metodi naturali”, che ci avrebbero insegnato ad individuare i giorni più fertili del mese (attraverso la misurazione della temperatura basale e la determinazione della “sensazione” intima) al fine di favorire una gravidanza. Anche quest’ultimo tentativo, però, non aveva portato alcun frutto: non riuscivamo a concepire un bimbo e non ne sapevamo i motivi.
Ci rivolgevamo ancora una volta al nostro ginecologo, il quale come ultimo tentativo aveva somministrato a Francesca l’assunzione di Clomid e di progesterone. Tuttavia, questa somministrazione non si rivelava utile in quanto i giorni prescelti venivano calcolati su una “media” standard che non prende in considerazione l’ampia variabilità del ciclo tra donne diverse (cosa che capimmo solo dopo aver preso
confidenza con il metodo Creighton).
Il ginecologo – non sapendo più a quali altri esami sottoporci – ci suggeriva, così, di rivolgerci al centro di fertilità dell’Ospedale della nostra città che, però, non aveva niente di meglio che suggerirci di sottoporci gradualmente ai metodi di inseminazione artificiale. Noi, dopo averne discusso, decidevamo di non sottoporci a questo tipo di intervento (neanche a quello cosiddetto di I livello che pur la morale cattolica
ammette) perché l’approccio apparentemente “risolutivo”, ma che non voleva indagare i motivi dell’infertilità, ci sembrava approssimativo e potenzialmente dannoso.

Questo punto ci ha molto interrogati: perché gli istituti sanitari sono così orientati a proporre e raffinare queste tecniche di fecondazione e trascurano non solo l’approfondimento circa la salute dei genitori, ma anche la loro intimità e il loro legame coniugale?

Non neghiamo di aver attraversato un periodo molto triste e faticoso; soprattutto Francesca ha vissuto un periodo di frustrazione, perché sembrava non capire le ragioni della propria situazione.
La svolta è accaduta quando, parlando con un’amica, questa ci ha raccontato di una coppia che dopo molti anni di infertilità, giunta in Svizzera per lavoro, aveva conosciuto una dottoressa specializzata in Naprotecnologia, che proponeva di seguire il Creighton Model. Presi contatti con questa coppia, ci hanno spiegato di cosa si trattava e di come si erano sentiti guardati loro: non come un problema da risolvere o aggirare, ma come due persone da accompagnare e a cui offrire un percorso di cura e salute, in primis per loro e in funzione di un figlio. Ci diedero così, in giugno, i contatti della Dottoressa, con la quale avremmo avuto il primo appuntamento in settembre.
Questi 3 mesi, che inizialmente ci sembravano di inutile attesa, si sono invece rivelati fondamentali per imparare il Metodo Creighton e per compilare le prime tabelle, utilissime poi alla Dottoressa per comprendere la nostra situazione.
Abbiamo avuto una tutor per il metodo Creighton: una delle cose che ci ha colpito di più è che, fin dal primo appuntamento
(nonostante la lontananza, infatti gli incontri si tenevano in videochiamata), ci siamo sentiti molto accompagnati; la nostra situazione dolorosa, infatti, trovava finalmente una strada e un percorso serio e umano in cui incamminarsi. La tutor ci ha insegnato il metodo, facendoci comprendere che era una proposta utile non solo per capire gli eventuali problemi di fertilità di oggi, ma per ridomandarsi quale sia il senso della sessualità e dello stare insieme di un uomo e di una donna.

Il metodo lo abbiamo appreso velocemente: ogni 10 giorni la tutor controllava la tabella, segnalandoci eventuali errori e fornendoci nuove indicazioni, invitandoci sempre a continuare a studiare il piccolo manuale sul metodo, per approfondire così di mese in mese la nostra preparazione. I consigli poi, spaziavamo anche all’igiene e alle abitudini che avrebbero favorito una situazione ideale per la donna
(un esempio fra tutti: l’utilizzo della biancheria di cotone, rispetto a quella sintetica).
Giunti a settembre avevamo completato 3 cicli della tabella, che mostravano fin dall’inizio qualche irregolarità, rispetto alla quale la tutor ci confermava subito che il tutto sarebbe stato importante motivo di approfondimento per la Dottoressa. Infatti, quando ci siamo poi recati al primo appuntamento in settembre, ci siamo portati dietro tutti i risultati delle analisi già fatte in passato, ma soprattutto le nuove
importanti tabelle del metodo Creighton.
La Dottoressa ci ha accolto subito con uno sguardo onnicomprensivo, che abbiamo sentito caratterizzato da un grande interesse umano rispetto alla nostra condizione, assieme a una profonda conoscenza scientifica del tema, distinta (rispetto a quanto avevamo incontrato nella nostra città) dalla curiosità – tipica del ricercatore – che non dà per scontate le conoscenze già acquisite. In questo modo, il
primo approccio fu una vera rivelazione per noi, in quanto, per la prima volta (!), ci siamo sentiti dire che la nostra era una situazione un po’ complessa, ma che c’era tanta speranza. Siamo quindi tornati a casa con uno spirito completamente nuovo e pieno di gratitudine, benché non avessimo certezze “concrete” circa il futuro.
Durante questa “seconda fase” di approfondimento, abbiamo continuato a compilare le tabelle del metodo Creighton, sempre seguiti dalla tutor per eventuali dubbi a riguardo, e in più Francesca ha cominciato ad effettuare alcune analisi del sangue periodiche, così da tenere monitorati alcuni valori ormonali, seguendo in tal senso tutte le indicazioni del medico, al quale, di volta in volta, abbiamo continuato ad inviare i risultati. La Dottoressa ha quindi modificato alcuni dosaggi delle terapie già intraprese dopo la prima visita,
così da provare a riequilibrare quei parametri che erano risultati anomali.
Ed è proprio così, grazie a queste scrupolose attenzioni e verifiche da parte della Dottoressa – che nel frattempo aveva avuto modo di visitare direttamente Francesca due volte – che, dopo 4 anni e mezzo di matrimonio, abbiamo infine concepito un bimbo! Purtroppo, questo nostro primo piccolo è andato in Paradiso dopo poche settimane, non sappiamo per quale motivo. Il suo arrivo è stata la più grande commozione della nostra vita ed è stato un dolore indescrivibile perderlo; tuttavia, un fratellino (o una sorellina, ancora non lo sappiamo) lo ha seguito pochi mesi dopo, ed è così che, con un’emozione così grande che è difficile a descriversi, lo stiamo aspettando e presto avrà compiuto il terzo mese.
La nostra gratitudine per questo fatto che ci è accaduto non ha paragone con alcun altro sentimento che possiamo provare, nemmeno quella paura che, inevitabilmente, ogni tanto riappare.

Dopo quanto è successo in questi mesi, abbiamo constatato di volerci ancora più bene come marito e moglie, e ci sembra che questa sia l’ulteriore prova della bontà di un cammino intrapreso che, oltre ad essere scientificamente più valido di quanti avessimo visto prima, è realmente più umano e comprensivo di tutte le nostre più importanti esigenze.