social media per cattolici

Apologetica social

Chiacchierare è facile.

Sparlare o dare giudizi è facilissimo. Dialogare meno. Dialogare è la cosa più difficile perché richiede mettersi in gioco, e a nessuno piace mettere in discussione le sue idee e poi richiede calma, necessita di interlocutori disponibili, aperti e calmi almeno quanto te (…e allora siamo a posto direi). Insomma non sono brava nel dialogare, soprattutto quando si toccano temi scottanti e che mi stanno a cuore. Ma è proprio lì che dovremmo dare invece il meglio di noi. Oppure tacere. Magari pregare. Sono sempre opzioni. Perché se anche avessimo in mano la verità assoluta (e per fortuna Dio non ha dato questo fardello a nessuno di noi!) se la difendiamo con un atteggiamento sbagliato purtroppo abbiamo sbagliato tutto. Era meglio tacere. Perché la testimonianza più grande siamo sempre noi. È come lo diciamo più che cosa diciamo. Questo vale anche sui social. Dove mi parte letteralmene l’embolo a leggere un post su tre, ma dove dialogare è ancora più difficile ed essere fraintesi è facilissimo. Allora ecco qualche consiglio per chi come me non può fare a meno di dire la sua anche su Facebook!

1. Sei proprio sicura di non poter fare a meno?!

Ricordiamoci che Fb è fatto soprattutto per fare marketing e i post delle aziende hanno un solo scopo: far parlare. Quindi, se critichiamo il post di qualche azienda infarcito di qualche ideologia che non condividiamo, ricordiamo che nel bene o nel male , anche se vogliamo criticarlo, stiamo facendo un po’ il loro gioco. Stiamo comunque contribuendo a dare visibilità, che al di là delle idee, è l’obiettivo finale delle aziende. Questo, giusto per chiarire il meccanismo che sta dietro ai social. Attenzione a non combattere i mulini a vento. Meglio a volte dare una buona notizia che criticarne una cattiva.

2. Se non vuoi ascoltare le opinioni degli altri, comprati un diario segreto.

Fb è un social. È pubblico e per quanto puoi modificare la privacy o cancellare dagli amici tutti quelli che non hanno le tue stesse idee, devi sapere che al clic del tasto “pubblica”, dovrai essere pronto a rispondere. Che ti piaccia o no. (E vedremo qualche consiglio più avanti). Sui social tutti, ma proprio tutti, sono “leoni da tastiera”. Tutti si sentono in diritto di commentare, giudicare, o dire la loro perché c’è quello schermo dietro al quale ci nascondiamo e che ci rende tutti più saggi e coraggiosi e spesso anche più spavaldi. Ognuno ha diritto ad avere una opinione, ma spesso su Fb i commenti diventano saccenti, a volte si dimentica l’educazione, e a volte scrivere non è come parlare. Un tono di voce lo interpreto, ma quando è scritto posso solo immaginarlo e allora si accende il dibattito, si diventa proprio cattivi e acidi. Non chiediamoci perché la gente non ha niente altro da fare che commentare quello che scriviamo noi, chiediamoci invece: ho voglia, tempo e abbastanza sangue freddo per sostenere un dialogo? Altrimenti il caro vecchio diario segreto è li che aspetta di ascoltarci senza giudicare dall’ultimo racconto della cotta per il tipo di terza media.

3. Attenzione a provocare.

Quando scrivete il testo del post attenti a come lo scrivete. Ad esempio non mettete troppe domande, frecciatine velate a chi la pensa o fa diversamente perché così ve li andate proprio a chiamare uno per uno! Dite la vostra, non giudicate gli altri (eh si, credo che esistano anche i peccati digitali!) e soprattutto…siate furbi! Non innescatevi la bomba da soli. Tranquilli, partirà comunque da sola.

4. Respirate. Respirate. Respirate. Aspettate almeno 15 minuti.

E respirate. Tutto questo per dire: calma. Non fatevi partire l’embolo alla “ma tu guarda questo viene e scrivermi tutto baldanzoso e se ci vediamo in giro manco mi saluta”. Vale la regola del diario segreto. Non sarò comprensiva perché siete su Fb. Queste sono le regole del gioco. Accettatele anzi, prima imparate e conviverci, prima (e meglio) imparerete a gestire i dialoghi in rete. Quindi, se un commento vi ha fatto sclerare, aspettate di calmarvi prima di rispondere. Le risposte di getto sono sempre le peggiori: di solito sono troppo emotive ed arrabbiate.

Invece noi siamo qui per dialogare. Per dare risalto a un tema che ci sta a cuore, per far venire qualche dubbio a qualcuno magari. Non per sentirci dire bravi da chi la pensa come noi. (Se lo fate per questo sono sicura che basta dirlo alla mamma e troverete sempre tutto il supporto che cercate, anche per salvare le scimmie culo rosso del Mohabi).

Nessuno cambia idea per un post su Facebook, ma qualche spunto o qualche dubbio o semplicemente l’esempio di come i cattolici sono persone normali con cui si può avere un dialogo (non bigottoni che parlano solo tra loro) potete darlo.

5. Captatio benevolentiae.

E qui Catone docet. Anche al commento più provocatorio ricordatevi di rispondere con gentilezza. Cominciate sempre con “ciao Maria, capisco la tua opinione/ capisco il tuo punto di vista/concordo con te su questo…”: mettetevi nei panni degli altri, cercate, se c’è, un punto in comune e partite da quello oppure fate capire che state ascoltando, che comprendete (mica condividete, ma che state ascoltando davvero). Questo smorza i toni. Sentirsi ascoltati abbassa il livello di guardia (e di cattiveria).

6. Fatela breve e, possibilmente, ironica.

Se non avete voglia di iniziare un dibattito dovreste prima rivedere il punto 2. In ogni caso, se la conversazione va troppo per le lunghe o comunque non avete proprio voglia, chiudetela sempre con gentilezza: “ciao Francesco, capisco quello che dici, ma proprio non riesco a vederla così/mi spiace ma la vedo diversamente”. Insomma cercate un modo carino per chiudere la cosa senza polemiche e restando rispettose.

Se poi riuscite a farlo con ironia, anche meglio, è sempre bello chiudere con un sorriso anche se in questi casi non è facile!

7. Restate umili.

Non dovete dimostrare niente. Non è una guerra. Non ne va della pace nel mondo. Quindi se avete sbagliato, se siete stati irruenti, se avete offeso, se avete dato informazioni sbagliate chiedete scusa.

Tutto il bene che c’è

cose di lassùDi prediche ne ho sentite tante:

quelle  del sacerdote simpatico,  quelle che ti ispirano, quelle che ascolti tutto d’un fiato, quelle che vorresti non avessero fine. Comunque ci sono anche quelle lagnosette, quelle del “ma quanto ci mette questo?”, quelle del “dovrei fare colazione, c’ho anche mal di pancia!” quelle del “vabbè la prossima volta andiamo alla messa alle 6:00”. Poi ci sono quelle quattro parole dette precise, per bene, quelle che non ti ricordi il giorno, non ti ricordi il Vangelo, ma sai perfettamente il momento in cui sono state pronunciate. Quelle che ti porti dentro negli anni e che fanno un po’ da guida. Ecco quello che è successo a me quando,da giovane (preciso, più giovane!) ho partecipato a una cresima. Non ricordo il giorno o il Vangelo che si era letto, ricordo solamente con precisione le parole che disse il vescovo a quei ragazzi. Delle parole semplici che sono entrate nella mia coscienza quando l’ho sentite e ho detto “queste me le devo ricordare!”. Il vescovo iniziò così: ” cari ragazzi, se non sapete qual è la strada, se il cammino è ripido e non c’è luce o non c’è niente nel Vangelo e nei comandamenti che vi possa dire quale sia la direzione giusta, se gli altri sono tutti incamminati in una via poco sicura, fatevi sempre una domanda “Che c’è di bene?”. Eh sì! Perché il mondo ci ha abituato sempre a chiederci “ma che c’è di male?”, “ma non faccio mica niente di male!” invece il Cristiano, quello vero, non deve chiedersi mai il male che c’è, quanto ce n’è, se è accettabile. Il Cristiano deve solo e sempre scegliere dove sta il bene.

“Che c’è di bene?”.

Quattro parole che mi sono portata dietro da quel giorno e che ogni tanto mi ritornano in mente quando non so magari chi è il mio prossimo, quando non so se lo sto facendo più per me che per Dio, o quando sto scegliendo solamente la via più semplice.

Quattro parole alla portata di tutti, quelle che tolgono dallo sguardo il filtro dell’egoismo del perbenismo e della strada semplice.

cena senza forno idee e ricette

Ricette desperate: agosto, forno mio non ti conosco!

fai-da-meAlle casalinghe disperate come me,

quelle che non sono nate casalinghe dentro, ma ci provano con tutte le loro forze, per capirci, piacciono un sacco gli sport estremi. E non non parlo di cercare di togliere le ragnatele dagli spigoli di un soffitto di tre metri facendo l’acrobata sopra una sedia in barba alle elementari misure di sicurezza e leggi gravitazionali, parlo del triatlon dello smonta le tende, 2 per volta, lavale e al bip dello sportello appendile subito, così non devi stirare, anche se alla terza coppia di tende forse l’esaurimento nervoso è più vicino. Parlo della maratona per svuotare il congelatore scoprendo una quantità di sughi e avanzi congelati che neanche ti stessi preparando al coprifuoco nucleare da guerra fredda (che poi, alcune di quelle vaschette, risalgono per davvero alla guerra fredda). Che dire della prova di resistenza del friggere le melanzane per la parmigiana da portare al mare il 15 agosto come fanno tutte quelle brave cuoche, tra cui mia mamma, che organizzano un pranzo di tre primi, due secondi e un assaggio di dolci nel Gio-style? Lato Positivo: si suda e si dimagrisce che avoglia a fare fanghi d’alga Guam (…almeno finché non te le mangi, le melanzane).

Anche accendere il forno è una di quelle prove di coraggio a cui ci sottoponiamo quando, prese dall’euforia delle ferie, cuciniamo quel dolce buonissimo che l’amica ci ha dato la ricetta una vita fa, ma noi solo oggi, con 30 gradi all’ombra, abbiamo il tempo di fare.

Sport estremi appunto. O pazzia che avanza.

In ogni caso, se da brave donnette di casa volete organizzare una cena speciale perché avete ospiti o solo perché avete voglia e un po’ di sano orgoglio casalingo, non c’è bisogno di sudare tra forno e friggitrice: la cena che lascerà tutti a bocca aperta è fredda e chic. E no, non vi proponiamo l’ennesima pasta fredda, questa è una promessa!

1.Tartina salmonata

Prendete una bella busta di crostini croccanti (tipo a me piacciono quelli Buitoni, ma anche i Granetti si prestano), stendete un filo di Philadelphia, un pezzo di salmone affumicato, una fettina di avocado (già quando dici “avocado” ti immagini con la piega perfetta di Csaba Dalla Zorza e si materializza una gonna a pieghe in raso) e mezza fettina sottile di lime (non facciamo le solite che lo tagliano a spicchi di 4: fettina sottile, dice Csaba, altrimenti niente gonna in raso per voi). Chic, veloce e la parte che fa sudare di più è cercare l’avocado della giusta maurazione, giusto perché tocca mettersi quegli odiosi guanti di plastica dell’ortofrutta.

2.Cheesecake salata al tonno

Qui puntiamo sull’effetto WOW: non la solita e ormai conosciuta (ma sempre buonissima) cheesecake dolce. Questa è salata! WOW, appunto! E come tutte le cheesecake l’ingrediente fondamentale è il frigo.

Sbriciolate 200 gr di Ritz o cracker e mescolateli con 60 gr di burro. fate la base della torta compattandoli bene sul fondo della teglia. Mettete in frigo. Mescolate 100 gr di mascarpone a 150 gr di Philadelphia e aggiungete una vaschetta piccola di tonno passato al mini pimmer e qualche cappero se vi piace. Aggiustate di sale. Mettete questa crema sopra la base di Ritz. Lasciate in frigo fin quando dovrete servire (oppure congelate per un’emergenza o se volete farlo prima, quando avete tempo!). Decorate con pomodorini, mais, filetti di acciughe, prezzemolo e tonno scottato in padella, un filo di olio e glassa di aceto balsamico (se il tonno è fresco è meglio, altrimenti anche il tonno nella scatolina va bene. Non vi giudicherò!).

3.Carpaccio esotico

Ghiacciate dei cubetti di latte zuccherato nel congelatore negli stampi dei ghiaccioli (tipo almeno due giorni prima). Prendete un mixer, la farina di cocco e i cubetti di latte che avete messo a congelare. Mixate tutto fino a ottenere una specie di frozè, con grana non troppo fina, altrimenti il latte congelato ritorna acqua! Rimettete in congelatore. Quando è il momento di servire tagliate l’ananas a fette sottili. Ma sottili eh! Come per il lime sopra. Togliete poco prima il frozè dal congelatore (si scioglie velocemente quindi fatelo davvero 2 minuti prima di servire) e accompagnate al carpaccio di ananas. Al primo cucchiaio siete su una spiaggia di Santo Domingo! Giuro!

 

 

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Discorsi da bidet – igiene e altre abitudini intime

Non ho mai dato troppa importanza all’igiene intima. Non nel senso che non mi lavo, eh! Nel senso che di solito ho sempre arraffato il primo sapone che capitava, fosse pure quello dei piatti per intenderci, ma finisce che la sensazione laggiù è davvero quella di una spugna per piatti (no, non la Spontex gialla e verde. La spugnetta di ferro.).

Oggi, parliamo con l’ostetrica Rachele Sagramoso di quella che è sì una abitudine (spero per tutte!), ma che forse potremmo migliorare per il nostro benessere e sfatare anche qualche dubbio cosmico e credenza diffusa.

1.Quante volte al giorno è bene lavare le parti intime? C’è il rischio di lavarsi troppo e indurre fastidi come prurito o secchezza?

Dipende dall’età e dal proprio stato. Se la donna è in età fertile e non ha il ciclo mestruale né è in gravidanza, il lavaggio basta dopo le funzioni intestinali e la sera, come normale igiene (se si è abituate al lavarsi anche la mattina, basta fare attenzione e prendere nota del muco vaginale per comprendere la fase del ciclo uterino nella quale ci si trova). I saponi dovrebbero essere neutri e non aggressivi (per gli ingredienti è possibile visionare il Biodizionario). Durante il ciclo mestruale basta una normale igiene non aggressiva. In gravidanza suggerisco, ogni tanto, l’uso del bicarbonato: la mancanza di ciclo mestruale potrebbe portare all’aumento di fastidi locali.

Ovviamente saponi troppo aggressivi possono seccare la pelle o dare allergia.

Tutte le ostetriche che sono disponibili nei consultori sono formate a rispondere a queste e altre domande in modo acconcio. Nel momento in cui vi sono perdite o sintomatologie locali, è importante una visita e un colloquio con un tampone vaginale.

2.Come possiamo scegliere un buon sapone tra tutti quelli in commercio? Dipende da qualche caratteristica personale? (… o posso anche continuare a scegliere solo in base al profumo, come faccio di solito?!)

Io sono tendente a suggerire prodotti con un buon INCI (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients). Ci sono siti che insegnano a comporre da soli il proprio detergente, magari con l’olio essenziale che più si confà al nostro odorato (per rispondere alla domanda sul profumo) e magari con gli ingredienti che meglio ci servono in certe circostanze: camomilla in caso di bisogno di delicatezza (giovani donne), oppure con tea tree oil (antibatterico) o molto altro. Di solito i saponi peggiori sono quelli da supermercato, anche se ci sono catene che hanno una buona linea biologica.

La vagina femminile, quando non è affetta da infezioni, possiede un meccanismo di ‘pulizia’ che non necessita di accortezze particolari. A livello vulvare è importante avere cura della delicatezza e in zona anale dell’igiene antibatterica (il tea tree oil è il componente anche di pomate antiemorroidi, quindi è molto buono, in tal senso).

3.Schiuma o sapone liquido? Che differenza c’è? E ci sono casi in cui uno dei due è più indicato (tipo io, dopo il parto, ho usato per un bel po’ la schiuma così da spruzzarla da lontano tipo idrante e evitare di sfregare le ferite aperte da parto)?

Ci sono schiume e schiume: nel caso specifico del post parto io ho sempre sollecitato a compiere la scelta personale più acconcia. In realtà molte neomamme preferiscono un’igiene non aggressiva con semplice acqua corrente (con la doccia, ad esempio), sia per evitare di sfregare le ferite o le emorroidi che talvolta rimangono qualche tempo. Quando poi, passate le perdite e i fastidi (anche solo psicologici: non tutte gradiscono toccarsi dopo il parto per paura di sentire dolore), si ritorna in carreggiata, si può tornare alle proprie abitudini.

Il sapone liquido è molto concentrato, di solito. Quindi è importante conoscere gli ingredienti usando magari il Biodizionario del quale parlavo poco più in su).

4.Lavarsi subito dopo un rapporto influisce sulle possibilità di concepimento?

In linea di massima gli spermatozoi, soprattutto se il rapporto avviene durante la finestra fertile (cinque giorni al mese) e trovano il muco ovulatorio, viaggiano molto più rapidamente di quanto si pensi. Lavarsi non è assolutamente un problema.

5.E’ vero che la biancheria intima dovrebbe essere di colore bianco? (…e io che la uso solo nera corro qualche rischio?)

La biancheria dovrebbe essere di cotone (per lo meno nella zona a contatto con la vulva) anche solo per il fatto di poter usare le alte temperature per lavarla. Il fatto che sia bianca probabilmente è di aiuto se si macchia ed è necessario usare la candeggina. Gli slip neri non sono un problema.

Ovviamente nessun problema per chi usa altri tipi di tessuti: ognuno ha le proprie abitudini.

6.Per le bambine è comunque indicato usare un sapone intimo o meglio qualcosa di più leggero?

Per le bambine non è indicato sapone, ma acqua corrente. Magari giusto un sapone delicato in zona perianale per l’igiene.

7.Dicono che l’acqua fredda aiuti a pulire meglio e prevenire alcune patologie: verità o inutile sofferenza?

Sicuramente l’acqua calda usata per l’igiene intima e in ammollo, non è il massimo per evitare la crescita di batteri. Il caldo e l’umido accrescono molto la carica batterica, per cui personalmente io suggerisco sempre l’acqua corrente tiepida e l’asciugatura accurata con asciugamano personale o salvietta di cotone, usa e getta.

 

DISCLAIMER: l’immagine utilizzata non è di nostra proprietà, fonte web.

la bibbia in amore

La #BibbiaInAmore per single

Prima di tutto va fatta una premessa:

l’intero articolo si è autodistrutto non appena avevo finito di scriverlo (complice la mia sdattaggine tecnologica). Poi non venitemi a dire che l’amore non fa male (dose di sano cinismo da single, o, come direbbe mia sorella, sto davvero diventando una zitella acida).

Ecco a voi la #BibbiaInAmore, ovvero come sopravvivere all’estate con l’ormone free: tutte le cose che ho imparato in anni di relazioni difficili (e sono gentile), amiche fortunate con ragazzi favolosi, cerebro-lessi a volontà, il tutto servito con condimento di riflessioni, consigli per gli acquisti e perle di saggezza popolare.

E se uno di questi lo avete incontrato almeno una volta nella vostra vita amorosa, anche se ora avete trovato quello giusto, siete felici, sposate con figli eccetera, eccetera, potrei comunque strapparvi un sorriso (e ricordarvi quanto siete fortunate!).

  • L’ amore che parte a bomba muore nella tomba. Sempre.
  • Non avvicinarsi mai a ragazzi impegnati, smessaggianti con ragazze ma “niente di serio eh”, fidanzati, appena usciti da una relazione di 1000 anni, attualmente in relazioni complicate, attualmente in periodi della loro vita “troppo impegnato per pensare ad altro”, con cuccioli di vario genere e forma, con barba e occhiali hipster, con la macchina tirata a lucido che “usa le salviettine prima di toccare la portiera in pelle”.
  • Per quelle che osano pensare o parlare con uomini sposati si consiglia lettura del girone dantesco, giusto per farsi un’idea eh.
  • Le coppie attualmente in attività di opposti che si attraggono sono riportate per ordine alfabetico nel Guinness World Record, ma non riesco a trovare la pagina.
  • La gelosia in amore è inutile e fa schifo. Come l’egoismo, l’orgoglio, l’egocentrismo e le caccole (per recidivi e poco convinti si rimanda a alla lettera ai Corinti di tale Paolo).
  • Per tutte quelle che non sono masochiste o autolesioniste, state alla larga dai traditori. A meno che non siate Gesù. E anche lì ricordo che la faccenda fu complicata.
  • La pausa di riflessione ha sempre un nome e un cognome. E non è il tuo. Fine.
  • Il fatto che non ti scrive ha sempre un nome e un cognome. Come immaginerai dal punto sopra: non è il tuo manco sta volta. Fine.
  • A tutte le crocerossine che stanno leggendo questo post ricordiamo che possono gettare nel dimenticatoio la cassettina del pronto soccorso: per tutti quelli che ne hanno bisogno, ci sono psicologi e psichiatri e tante volte non bastano manco quelli.
  • Non cercate di trasformare ragazzi bulli e cafoni: non diventano mai Dear John se non in un colossal americano.
  • Non adottate bellissimi cuccioli con l’intelligenza di un pesce rosso: ricordatevi che poi vi ritroverete senza cucciolo e col solo pesce rosso. Ops.
  • La verità del bello e dannato è che a noi ce piace solo ‘na cosa: che è bello.
  • Se ti guarda come se ti aspettasse da sempre e ti tiene con la paura di non doverti vedere mai più: ricorda che di solito è un cane ma può essere pure un gatto.
  • Se lo devi lasciare ma è troppo bello, non puoi fare nient’altro che pensarlo da vecchio (a tutte le unità attenzione non utilizzare il metodo con Sean Connery, RIPETO NON UTILIZZARE con Sean Connery! #SeanNonèMioNonno #1gioia)
  • Se l’unica nota positiva è che ti tratta come una top model ricordati che non ti trasformerai in Angelina Jolie. Molla la passerella e cerca il tuo Brad Pitt. Ah, alla fine si sono lasciati anche loro. La vita da top model non faceva per me in ogni caso: alle patatine fritte non rinuncio. Loro sì che mi amano sempre e  fanno poche domande!
  • Se il tempo che vi dedica è riassumibile in “via con vento”, ci teniamo a ricordarvi che il finale faceva schifo.

La verità è che l’amore è una fortuna per pochi: non si cerca, non si conquista, non si caccia, non arriva schioccando le dita o infilando tubino e tacco a spilli.

È un dono, e non puoi decidere che oggi arriverà.

La felicità ha una ricetta perfetta: chiedere il dono al Principale, fare una bella novena con un po’ di smancerie a caduta libera, un po’ di Vangelo riequilibrante, un’amica fidata e quel viaggio alle Bahamas che sogni da una vita.

Saremo pure single (ancora), ma quando hai il sole dentro, è Lui a farti risplendere!

Quello che avrei voluto sapere – vita da neo mamme

Mi rivolgo a voi, neo mamme o femmine col pancione.

Avete presente quel piccoletto che vi cresce dentro o che avete da poco partorito? Focalizzate questo: la vostra vita sta per cambiare totalmente! Sì, probabilmente l’avete intuito o ve lo hanno detto in molte, ma sicuramente non lo avete compreso del tutto. Sarete letteralmente travolte da quel fagottino meraviglioso e piagnone!

Per darvi una mano ecco alcuni consigli testati sulla pelle di chi scrive, non quelli che trovate su Donna Moderna, bensì consigli veri, concreti e spero utili.

1. Il primo periodo (1-2 mesi) è duro, anzi durissimo.

Per chi non nasce dotata di un pavimento pelvico super elastico le settimane successive al parto possono essere davvero molto dolorose e difficili. Niente paura! Tutto passa. Solo sappiate che ci vuole tempo. Non uno o due giorni ma mesi. Non importa se la vostra migliore amica che ha partorito circa nel vostro stesso periodo è già a spasso, truccata, abbronzata e col look alla moda, ed è trascorsa solo una settimana da quando il bimbo che ora dorme beato dentro l’Inglesina nuova e splendente ha attraversato il canale del parto! Non guardatela. E non fate paragoni. Non serve a voi, perché tanto il dolore e i fastidi ve li tenete lo stesso, e infine non potete sapere se lei prova i vostri stessi dolori ma è la sorella segreta di Chiara Ferragni e pur di apparire fresca come un fiore si è imbottita di tachipirine.

2. Purtroppo non tutte abbiamo mamme, suocere, sorelle o zie disponibili a venirci a pulire casa, passare lo straccio, stirare i panni o lavare i piatti.

Beh, forza e coraggio! Non importa, si fa quello che si può, come si può, quando si può e…se si può! Se non si può non si può!

3. Avrete letto su Internet o nei vari gruppi Facebook “dovete dormire quando il bimbo dorme” e, contemporaneamente, “fate le faccende domestiche mentre il bimbo dorme”.

Allora, o dormo o faccio le faccende. Se avete bisogno di dormire, dormite! Primo perché rimandare il riposo per una donna che allatta e che di norma dorme poco non è cosa buona. Secondo perché diciamocelo, dormire accoccolate al vostro bimbo è una grande gioia, vi fa bene al cuore e vi aiuta a superare, o almeno ad anestetizzare, gran parte dei dolori, delle crisi e delle incertezze di cui questo primo periodo è costellato.

4. Il papà è un bene prezioso: chiedetegli l’aiuto di cui avete bisogno.

Vi darà sollievo e lo farete sentire parte di quella relazione madre-bimbo che specialmente nei primissimi mesi è quasi esclusiva. Noi siamo donne con la D maiuscola, crediamo nei ruoli e vogliamo uomini virili! Ma vi assicuro che incoraggiare un marito a cambiare il pannolino a vostro figlio non gli toglie per niente la sua virilità, anzi.

5. Vi sembrerà che il mondo fuori scorre e voi vivete dentro una bolla, sarete disinteressate a molte cose che prima invece seguivate.

Tranquille, è tutto normale, va tutto bene. Questo è il tempo della cura. Amare e accudire il vostro bambino vi darà tanta gioia. È una gioia diversa da tutte quelle che avete vissuto finora. Essere mamme è mettersi totalmente a disposizione di un’altra creatura e donare tutte noi stesse: il nostro tempo, le nostre energie, i nostri spazi. Ma vi assicuro, fidatevi, quando vostro figlio vi guarderà e farà un grande sorriso verrete ripagate di tutti i sacrifici.

6. Il primo a mettervi alla prova non sarà il vostro tenero bambino piangente e rigurgitante.

Il primo sarà il vostro prossimo, proprio il più prossimo: la mamma, la suocera, la zia, l’amica con figli, l’amica senza figli, la dolce vecchietta al supermercato, la passante. Tutti vorranno darvi consigli non richiesti e che puntualmente sono contrari al modo in cui avete deciso, insieme a vostro marito, di crescere vostro figlio. Bene, qui le cose sono due: o ignorate questi benefattori, o rispondete ai loro sproloqui tentando di essere gentili! Non avete scampo, ci saranno sempre persone che vorranno dirvi come fare le madri, che vi chiederanno “L’hai preso prima di uscire un giubbino per la piccola?”, “No non l’ho preso così se fa freddo si ammala e io sono contenta”. Non lamentatevi, non irritatevi, siate ferme nei vostri intenti ma sempre dolci e gentili, ci guadagnerete in serenità, non vi verranno le rughe e, per chi ha sempre lo sguardo rivolto verso l’Alto, ci guadagnerete un pezzettino di paradiso. Sì lo so, ma perché non le dai il ciuccio così non ti sta sempre attaccata? Guarda che se non la fai piangere un pó prende il vizio. Dalle un pó di camomilla/acqua/ birra/vino invece che solo il latte, no? Se la prendi sempre in braccio la vizi e non vorrà stare mai giù! Questi e altri mille consigli terrificanti e non richiesti vi verranno dati quotidianamente. Invece di farvi il sangue cattivo e arrabbiarvi, siate sorridenti, annuite e poi…continuate a fare ciò che stavate facendo!

E ora…che la pazienza sia con voi! Ricordatevi che tutto passa, ciò che ora vi sembra insormontabile tra qualche mese non lo ricorderete neanche, mentre ogni piccolo sacrificio fatto per amore del vostro piccoletto lo renderà felice e sicuro del suo posto nel mondo, lì accanto a voi!

 

NB: l’immagine utilizzata non è ovviamente di nostra proprietà, ma la tazza l’abbiamo scovata su questo shop di Etsy!

 

Serial prayer

cose di lassùCi sono i serial killer e poi ci sono io: serial prayer.

Niente di pericoloso, a meno che non siate Dio. Quello che bombardo tutti i giorni con una miriade di richieste, semplici, complicate, impossibili. Perché io, nel mio Dio, ci credo davvero. E detta così lo so che sembra lo slogan per il prossimo spot dell’otto per mille, ma la realtà è che io lo so che sono inadeguata e peccatrice e che non posso contare solo su me stessa. Sono così consapevole della mia scomoda posizione che non posso fare a meno di appoggiarmi a Lui. Non è una fede di paura no, ma di convenienza a volte sì.

Dio per favore fai questo, Dio ti prego aiuta quella persona, Dio sostieni mia mamma che non si sente bene, Dio ricordati di mio marito che oggi ha un colloquio importante, Dio la pace nel mondo e se riesci pure lo sconto sulla passata di pomodoro BIO.

E’ bello pensare sempre di avere qualcuno a cui affidare bisogni, ansie, paure, preoccupazioni e perché no, anche pensieri banali della quotidianità, ma spesso, in tutte queste richieste, queste che come pallottole sparo una dopo l’altra, tutte in centro perfetto, c’è qualcosa che mi sfugge. Per quanto siano richieste umili, per quanto mi affidi, per quanto mi renda conto che Dio non è un juke box dove metti il gettone e parte la canzone, per giunta la tua preferita perché la scegli tu ovviamente, con Lui non funziona così. Certo, i gettoni bisogna averli guadagnati, le preghiere, le rinunce, le novene e quel “sia fatta la tua volontà”, ma nonostante questo Dio non è un bersaglio dove dobbiamo fare centro. Anche se abbiamo tutte le carte in regola, se siamo stati buoni, devoti, se abbiamo detto tutte le preghiere la sera, se crediamo davvero che lui sappia quale sia la strada migliore per noi, perfino, non è abbastanza. E forse ecco perché spesso le mie pallottole sembrano non fare centro.

Dio non ci dà i compiti a casa. Dio ci ascolta sempre, ma l’errore sta in quello che chiediamo:

sempre la nostra canzone preferita, quella di cui parlavamo sopra del Juke Box, quella che nel ritornello ha puntualmente “Dio fai questo, Dio fai quello, Dio grazie, Dio da sola non ce la posso fare”.

Ecco, caro Dio, la tua serial prayer di fiducia oggi è qui per chiederti (“Ah, eccola che ricomincia con le richieste!”, penserà Lui) di insegnarle a pregare.

Sono già brava a dirti quello che mi serve, come mi serve e quando mi serve, ma invece di darti ordini (come se Dio prendesse davvero ordini da me, poi!), di delegarti tutti i miei bisogni, vorrei solo una cosa: aiutami a cambiare prospettiva.

Non solo “ti prego aiuta quell’amica malata”, ma piuttosto “dammi tempo per andarla a trovare”, “dammi le parole giuste per confortarla”, “infondimi la forza di cui non sono capace per starle vicino”.

Fammi tuo strumento, Dio. Non devi fare tu tutto al posto mio, sono io che devo fare con quella luce che solo Tu però, mi puoi dare.

Non aiutare mio marito col colloquio, aiutami piuttosto ad avere pazienza quando invece di darmi una mano coi bimbi deve prepararsi o quando tornerà a casa sconfortato e non saprò come sollevargli il morale. Non sei solo, Dio. Non devi fare tutto Tu. In questo sbagliavo nelle mie preghiere.

Pregare non è solo chiedere con fiducia e buone maniere, è mettersi in gioco, è cambiare, è mettersi a disposizione. Sono io che devo alleviare, curare, sfamare, ma da sola, limitata e spesso svogliata come sono, non ce la posso fare.

Allora Dio, io metto il gettone, tu scegli la canzone giusta, una di quelle che non ho mai sentito, ma che ti danno la carica, la voglia, la serenità per essere quello che serve a quel collega, alla figlia, al marito, all’amica, a uno sconosciuto.

La preghiera ci cambia davvero se siamo noi a voler cambiare, se quel’affidarci a Lui non è solo riconoscere la nostra debolezza, ma anche sapere che Lui può fare con noi, piccoli e imperfetti, cose grandi.

Quanto costa essere alla moda

L’industria fashion riguarda tutti noi, poveri, ricchi, modaioli o bancarelle-addicted. Almeno per l’impatto economico, sociale ed ecologico sulle nostre vite, che è di dimensioni inimmaginabili, tutti noi dovremmo cercare di informarci.
Giusto un paio di numeri per fare il punto sull’industria fashion:
1. vale globalmente 17 trilioni di dollari americani,
2. è la seconda al mondo per inquinamento, seconda solo all’indutria del petrolio,
3. le più grandi aziende manifatturiere sono in Bangladesh e Tailandia, dove l’85% dei lavoratori sono donne,
4. in media un americano getta circa 82 sterline di tessuto l’anno, o se preferite, gli Stati Uniti producono ogni anno 11 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, la maggior parte dei quali non riciclati propriamente,
5. un vestito può impiegare 40 anni per decomporsi,
6. invischiati nel mondo della moda mondiale sono almeno 1 persona su 6. Non male, eh?

E dopo i numeri passiamo ai fatti, ma non parliamo solo di tessitura e confezionamento, partiamo dalla base, dove tutto prende
forma, l’industria del cotone. La stra grande maggioranza del cotone è coltivato in India, nella zona di Punjab, ed è fornito dalla Monsanto: la più grande multinazionale di semi, sostanze chimiche e farmaceutiche. In India possiede l’intero mercato dei semi di cotone geneticamente modificati.
Vi spiegherò più avanti la lungimiranza di questa scelta.

Visto che giustamente il seme è stato geneticamente modificato per evitare alcuni tipi di parassiti, la natura ha fatto il suo lavoro, facendo comparire altre specie di parassiti.
Così i contadini che avevano investito sul costosissimo seme miracoloso che ha debellato un certo parassita, ora si trovano ad indebitarsi per nuovissimi pesticidi , più costosi dei precedenti, per nuovi parassiti. Tutto questo per rimanere al passo con il nuovo fabbisogno dell’industria, che non può certo aspettare che il contadino coltivi con metodi naturali e più tecnologici.
Per la Monsanto nessun mercato migliore di questo: semi costosi, fertilizzanti costosi e medicine per gli effetti collaterali. Sì perché la natura non è proprio d’accordo: oltre l’impatto ecologico e l’inquinamento chimico non sono tardate a comparire in tutti i villaggi aumenti spropositati di cancro, malattie mentali ed handicap fisici.
Ma tranquilli, la nostra super multinazionale vende ai contadini anche le medicine: siamo a posto!

Ricordiamo inoltre che la Monsanto declina ogni forma di responsabilità sull’impatto ecologico delle sostanze nocive e sulla salute di queste persone legato all’utilizzo dei loro prodotti.
Ciò non impatta solo la natura, l’ecosistema e le malattie di tutte le zone limitrofe perché la spirale di morte è così stringente che un nuovo fenomeno è nato in quelle terre: il suicidio da avvelenamento con pesticidi.
Ciò che nessuno racconta infatti è che ogni 30 minuti un contadino esasperato dai debiti decide di togliersi la vita nei campi bevendo gli stessi pesticidi che ha comprato per il suo terreno.
In India negli ultimi 16 anni i suicidi degli agricoltori sono stati 250.000.
Perché quando non riesci più a pagare, quello che ti rimane è il tuo terreno e vedersi strappare anche quello è più nocivo degli stessi pesticidi.
Nessuno vende più semi non geneticamente modificati, le coltivazioni con seme modificato sono circa il 95% e molti sono costretti a comprare semi non modificati pagando dalle 3 alle 8 volte tanto dal mercato nero, per non cadere nella trappola dei pesticidi.
Ma il prezzo del cotone, nonostante l’aumento dei costi per i contadini, non è salito abbastanza rispetto ai costi.

Gli Sprechi

Liberiamoci di loro…è una soluzione?
È semplice liberarci di un vestito, lo buttiamo e fine. E invece no.
Gli indumenti nel decomporsi rilasciano gas metano, tinture e sostanze chimiche contaminando il suolo e le acque.
Per non parlare delle scarpe che possono impiegare fino a 1.000 anni per decomporsi del tutto.
Direte voi: possiamo donarlo in beneficenza! Ma anche questa non è una soluzione perché in media solo il 10% dei vestiti donati viene poi realmente venduto o donato in negozi di beneficenza, mentre la grande maggioranza viene gettato o portato nei paesi poveri. Penserete che almeno questa sia una parte positiva. E invece no.
I vestiti che portiamo ai Paesi sotto sviluppati saturano tutto il loro fabbisogno tessile portando alla chiusura di quasi tutte le compagnie tessili locali, mentre quelle che resistono e che restano in piedi devono adeguarsi al mercato del fashion mondiale, lavorando a produzioni low cost per l’export.

Noi

Noi, i consumatori bombardati da pubblicità, riviste, messaggi subliminali e nuovi ideali da percorrere.

È una ricetta americana, antica come l’apple pie: usare le tue imperfezioni contro di te, farti credere che sei sbagliato e hai bisogno di loro, che sono qui apposta per risolvere ogni tuo problema.
Earnest Elmo Calkins sostiene che il consumismo gira tutto intorno al far arrivare le persone a considerare le cose come usa e getta.
Spiega lui: “le basi dell’ideologia consumistica sono semplici: essere = comprare”.
Per essere bello ti serve questo o quel prodotto, per essere presa sul serio devi avere questo o quello stile, se sei un uomo di affari non puoi non avere questa macchina, per stare bene con te stessa questo è il trucco giusto.
Il consumismo è riuscito a scambiare prodotti che usiamo in beni che consumiamo e poi gettiamo.
Da qui il materialismo basato sull’idea che più cose compri, più sarai felice.
Ed è ovvio che la crescita del materialismo non corrisponde all’aumento della felicità ma piuttosto all’aumento dell’insoddisfazione e di tutte le patologie psicologiche connesse.

Comprare=compensare

Dal fast food al fast fashion il passo è breve!
Il fast fashion ha cambiato il nostro modo di concepire il mondo della moda. Straordinariamente il prezzo degli abiti diminuisce mentre il costo della vita aumenta.
Ecco qui che si svela la vera natura dello spasmodico bisogno di comprare: la compensazione!
Una sorta di nuova consolazione nella vita delle persone, come dice Guido Brera, investment manager.

Il contentino che vi vuol far credere che stiamo meglio di quanto non sia nella realtà. Molte famiglie arrancano per arrivare a fine mese, prudentemente risparmiano, ma quel paio di jeans è solo a 7€ e l’idea di risparmio crolla.

Come quel fast food che ci dà l’illusione di poter andare a cena fuori tutte le volte che vogliamo: sì, ma in fondo siamo sempre noi a pagarne, alla fine, il vero prezzo.

 

Dati e fatti riportati nell’articolo sono contenuti in “The true cost”, un documentario che consigliamo caldamente di vedere, perché le immagini, sono molto più dure delle parole e delle statistiche. Difficilmente si resta indifferenti e si continua a consumare fashion come se non avessimo niente da metterci dopo aver visto quanto sangue e quante storie di tristezza ci sono dietro le nostre storie di benessere.

 

Dal mare all’ape – accessori e prodotti salva look!

La check list delle valigie delle vacanze non perdona. Rassegnatevi ragazze, qualcosa resterà fuori comunque dal vostro scrupoloso controllo (e di solito è il phon! Anche se ultimamente mi sveglio nel cuore della notte continuando ad aggiungere cose al bagaglio, tipo il phon, appunto!). L’importante, sia che andiate in vacanza sia che stiate fisse allo stabilimento sotto casa è conoscere i prodotti e gli accessori che salvano l’outfit apres-sea!

1.Acqua termale da nebulizzare

L’acqua termale potrebbe forse essere la più geniale trovata di marketing dopo l’acqua salata per fare gli sciacquetti nel naso di mia figlia. Però. Devo dire che tra tutti i miracolosi (e forse inutili?) usi che potete farne ce n’è uno utile per davvero: mai nebulizzata l’acqua termale sulla pelle quando siete al mare? Provate. A parte l’immediato sollievo, la sensazione di freschezza, se dovete passare direttamente dalla spiaggia alla cena/uscita/aperitivo, l’acqua termale toglie quella sensazione da “tirantatura-post-terremoto” che è la vostra pelle provata da sale, sole e sabbia dopo un giorno di mare. A differenza dell’acqua normale, oltre a pulire e rinfrescare, idrata e disseta la pelle regalando una sensazione di benessere anche se non avete tempo di fare la doccia e mettere un dopo sole sul viso.

2.Turbante/foulard

O siete fortunate e tornate dal mare con delle belle “beach-waves” oppure, come me, tornate come un incrocio tra Tina Turner e un leone africano. E dove la natura non vi assiste, potete comunque assumere un aspetto presentabile giocando d’astuzia: legando i capelli (prima di arrivare al mare) e lasciandoli legati fino alla prossima doccia oppure sfoderando una cosa molto chic e retrò chiamata foulard con cui potrete dare vita a un revival di “Vacanze Romane” Ostia edition! Foulard arrotolato e legato alto sopra la testa o per rendere più chic la coda o lo chignon di cui sopra. Altrimenti, va molto di moda la versione “turbante”. In questo caso, oltre al foulard potreste valutare l’acquisto di un vero e proprio turbante (qui un sito artigianale handmade in Italy che ne fa di davvero bellini: https://www.leontinevintage.com/categoria/turbanti/)

Lo indossate e il crespo svanisce (o meglio lo coprite con eleganza!).

3.Copricostume/maxi abito in pizzo bianco

Pizzo San Gallo, abito ampio e ventilato, un solo pezzo che in spiaggia a 30 gradi misurati e 79 percepiti non abbiamo tempo di farci venire l’esaurimento tra zip, pantaloncini, bottoni, maglie da infilare dentro ecc. Già ho l’ansia. Quindi arriva lui: l’abito bianco che sa di fresco, che fa estate a Positano anche al Balneare “da Mimma”, che si mette subito, senza stress e sei subito perfetta (…e meno esaurita!).

4.Investi nella ciabattina cool

Non dico che debba essere un sandalo gioiello, ma neanche l’infradito in plastica del supermercato, scolorita, che usiamo indifferentemente per andare al mare o per fare l’orto. Se ne acquistate una buona e comoda poi la portate indifferentemente per andare al mare e per andare in giro. Dura tanto e non vorrete toglierla più perché sembrerà di portare un paio di sneakers. Queste ad esempio sono fatte in Italia usando vecchie reti da pesca riciclate: bellissime!

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5.TuttiTrucchi

Colano, appiccicano, sbavano: i trucchi e la spiaggia non vanno proprio d’accordo, ma se non volete rinunciare al make up (o mettere un velo di trucco prima della serata) non esagerate: la crema con SPF va sempre messa prima del fondotinta per proteggere la pelle, e il fondotinta è sempre meglio leggero, magari minerale. Niente matite o kajal che colano col caldo e l’acqua, meglio solo un’applicazione di mascara waterproof e poi un lucidalabbra colorato o rossetto idratante. Less is more! E senza trucco, gli occhialoni sono sempre una gran mossa!

DISCLAIMER: le immagini  non sono di nostra proprietà, ma utilizzate a scopo illustrativo. Non è un post sponsorizzato, i prodotti nominati sono consigliati da noi senza aver ricevuto alcun tipo di compenso dai brand indicati.

uteri sulle tshirt

Di uteri e t-shirt

Non ho mai pensato che la moda sia una cosa frivola.

Tanto meno stupida. Ho sempre creduto che da come ti vesti si capiscano tante cose di te.

Se si dice che l’abito non fa il monaco, credo sia perché lo faccia davvero.

Che ci piaccia o no, i nostri abiti e come ci presentiamo danno un’immagine di noi. Poi può essere sbagliata, esagerata, disattesa da una bella conversazione, ma questo, le persone che ti incrociano camminando per strada, non possono saperlo. Nessuno sa in cosa credi, per cosa ti batti, se sei simpatica o ti piace il gelato banana e cioccolato. A meno che non sia scritto a caratteri cubitali sulla t shirt che indossi. Quella la sanno leggere tutti. Ecco perché sto pensando seriamente di comprarne una con scritto “solo pizza margherita con mozzarella di bufala e pezzi di salsiccia. Niente foglie di basilico”: mi risparmierebbe un sacco di spiegazioni il sabato sera!

Quello con cui proprio non andrei in giro invece è una t-shirt con stampata sopra la mia vagina.

Oppure quelle magliette con i copri capezzoli alla burlesque o addirittura le tette ricamate. Non ritengo davvero una grande trovata decorare con un utero vuoto un abito da sera come è successo sulle ultime passerelle. E non perché sia solo una bacchettona cattolica pudica (anche se credo fermamente che il pudore non passi mai di moda e far vedere a tutti le mie intime grazie non sia emancipazione e liberazione quanto piuttosto svalutare quanto di più prezioso ho, la mia intimità), quanto perché non credo ci avvicini minimamente a quello che vorremmo ottenere (ammesso poi che sia quello che ci serve davvero).

L’industria del fashion ultimamente si prodiga molto per questa cosa dell’emancipazione (non in nome delle vendite e per cavalcare l’onda femminista, sia chiaro) dell’aumentare la consapevolezza delle donne sui diritti che potrebbero avere e non hanno, sull’uguaglianza di genere, la libertà dai taboo che ci opprimono da sempre. Tutto bellissimo e giusto. Lo fa, appunto a suon di stampe e ricami di vagine, tette e compagnia: che classe, direi. Ma a parte questa, che può essere una considerazione dettata dal (dis)gusto personale, non capisco come indossare certa roba dovrebbe attestare al mondo la mia emancipazione.

Questo urlo di protesta mi sembra più un ricordare a tutti quanti solo una cosa: siamo solo delle vagine.

L’unica cosa che ci definisce è il nostro corpo, anzi, peggio, proprio quella parte lì. E se le prime a dirlo a tutti siamo proprio noi, le donne, quelle che indossano queste t-shirt rivoluzionarie, non è che lasciamo agli altri tanto margine di interpretazione.

Questa cosa ha del ridicolo: chiediamo rispetto, svendendo la nostra femminilità, la cosa più preziosa che abbiamo.

Chiediamo considerazione, quando siamo noi per prime a rendere ridicola la nostra essenza.

Giochiamo con la nostra vagina, e perché gli altri non dovrebbero farlo?

Perché dovrebbero considerarci qualcosa di più che due tette e un utero vuoto (o peggio da svuotare come si fa col secchio della spazzatura?).

Perché glielo lasciamo credere, donne? Come ha fatto questa società a renderci schiave di noi stesse? A farci barattare la cosa più preziosa che abbiamo, il nostro corpo, che ci ricorda la nostra missione che no, non è diventare madri, è dire sì, è portare la vita dove c’è bisogno di noi. Quella vagina che tanto ostentiamo ce lo ricorda, certo, ma non è lei a definirci.

La vera rivoluzione sarebbe riprendercelo questo corpo, ma davvero. Smettere di credere che siamo solo quello che facciamo vedere ad esempio, che siano le gambe o le tette. Smettere di basare la nostra sicurezza, la nostra definizione di donne, sul nostro aspetto esteriore. Quello che ci è stato dato è solo un corpo vuoto, se non lo riempiamo di altro, se non lo mettiamo a servizio della nostra missione.

Questo mi chiedo, quando vedo quelle t shirt. E penso che a furia di lottare per i nostri fantomatici diritti, abbiamo perso un po’ di vista il senso della battaglia (…e forse, ma dico forse, anche un po’ di dignità) e ci siamo dimenticate per cosa (e per chi) stavamo lottando davvero.